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BERLINALE 2012 Concorso / Francia

À moi seule: otto anni di solitudine interminabile

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À moi seule: otto anni di solitudine interminabile

Un rapitore (Reda Kateb) libera dopo otto anni Gaëlle, sua unica ragione di vita, e l'adolescente corre gambe in spalla, non senza voltarsi un istante per guardare per l'ultima volta la casa dove è cresciuta, rinchiusa in una cameretta sotterranea. Poi si rimette a correre verso un centro per adolescenti disturbati, dei genitori distrutti e una vita che non è più la sua.

Il pubblico berlinese è rimasto come paralizzato alla fine della proiezione del film francese in concorso À moi seule [+leggi anche:
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di Frédéric Videau. La sola forma di empatia possibile dinanzi all'inconcepibile isolamento spaziale e temporale il cui ricordo è l'unico compagno della giovane protagonista, interpretata con notevole giustezza da Agathe Bonitzer, anche dopo la liberazione, una liberazione che le sembra tanto terrificante quanto ciò che ha vissuto negli ultimi anni.

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"Voglio che crepi, starei meglio", dice la madre Gaëlle. "Manca poco", risponde la figlia. E' che i suoi otto anni di "vita comune" con il suo rapitore hanno implicazioni di una complessità ineffabile che la sceneggiatura costruisce meticolosamente e che Videau restituisce in modo magnifico. L'estremo realismo del suo film non viene dalla sua netta parentela con la vera storia dell'austriaca Natascha Kampusch (un avviso all'inizio del film ne sottolinea il carattere fittizio): viene dall'assenza totale di manicheismo morale del film.

À moi seule si limita ad osservare con un'attenzione perfetta e senza dare risposte, attraverso lunghi flashback, i dettagli pratici del quotidiano dei due protagonisti, i loro rapporti di forza paradossali, il comportamento di Vincent che, non per questo meno immondo, non è né violento né violentatore (anche lì, non viene detto niente di definitivo, ma le parole scelte sono "fare l'amore"), il modo in cui Gaëlle impara ad avere un controllo sulla sua vita e la sua situazione (senza cadere nel cliché della sindrome di Stoccolma).

Successivamente, anche dopo il suicidio di Vincent (mostrato discretamente con la stessa finezza di tutto il resto), Videau lascia al percorso di Gaëlle la sua ambivalenza (d'altronde lei non dice mai ciò che pensa) e rende brillantemente conto della varietà degli effetti che l'esperienza le ha lasciato (fino a illustrare il suo isolamento attraverso il suo lessico strano, il suo non conoscere il valore dell'euro) arrivando a porsi la domanda più grave del film, che non è "perché?", ma "come?": come vivere dopo, quando l'unica vita che si conosce è una privazione della vita?

Una cosa certa (sebbene Gaëlle chieda alla sua assistente sociale se non si debba essere folli per sopportare una vita così) è "la grande forza vitale" della giovane vittima, che è il vero punto di partenza del film, ha spiegato Videau in conferenza stampa. E la grande forza del suo film è di opporre alla nebbiosità di una situazione insormontabile la nettezza tanto più struggente di questa risoluzione vitale.

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(Tradotto dal francese)

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