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ROMA 2013 Concorso

I Am Not Him: un'altra vita è possibile?

di 

- Il nuovo film del turco Tayfun Pirselimoglu, coprodotto da Francia, Germania e Grecia, ha per protagonista un uomo che prende l'identità di un altro

I Am Not Him: un'altra vita è possibile?

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, del regista, pittore e scrittore turco Tayfun Pirselimoglu, è uno di quei film che mette a dura prova la resistenza dello spettatore: pochi dialoghi, camera fissa, lunghe scene che seguono piccoli gesti quotidiani, sguardi persi nel vuoto, per due ore. Tratta però un tema che da sempre stuzzica la fantasia umana e spesso accarezzato dall'arte, la letteratura e il cinema: il tema del doppio. Chi non ha mai desiderato essere un altro? Perché? E come?

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Prima pellicola in concorso all'8° Festival internazionale del film di Roma (8-17 novembre) e coprodotto da Francia, Germania e Grecia, I Am Not Him trasporta lo spettatore in una Turchia desolante e retrograda. Racconta di Nihat, che ha il volto di Ercan Kesal (C'era una volta in Anatolia [+leggi anche:
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), uomo di mezza età di poche parole e mai un sorriso, impiegato nella mensa di un ospedale: scapolo, la sua vita è sbucciare patate, guardare la tv e andare a puttane. Ayşe (l'attrice tedesca di origine iraniana Maryam Zaree), giovane donna assunta come lavapiatti, mostra uno strano interesse per questo individuo impenetrabile e taciturno. Lo invita a cena e lui, dapprima riluttante, accetta.

A casa della ragazza, Nihat trova, appesa in bella vista, una foto che ritrae Ayşe al fianco di un uomo che gli somiglia incredibilmente: è il marito, in carcere da anni. Nihat capisce le intenzioni della donna e la segue nel suo gioco perverso. L'uomo si approprierà un po' per volta dell'identità del coniuge assente: parte con l'indossare le sue pantofole e guidare la sua macchina, finirà con l'assumere il suo aspetto e rispondere al suo nome.

Perché lo fa? Perché Nihat decide di assumere l'identità di un uomo pieno di guai, un detenuto, accettandone rischi e conseguenze? Il film non lo spiega. Desiderare un'altra vita, di solito, significa desiderare una vita migliore. Neanche si può dire che lo faccia per amore: è proprio quando Ayşe non c'è più (vittima di un tragico incidente) che Nihat decide di trasformarsi definitivamente nell'altro. La polizia lo scambierà per il galeotto (quello vero) che nel frattempo è evaso, eppure, anche sotto interrogatorio, l'uomo non pronuncerà mai la frase fatidica, quella che tutti si aspettano, quella che dà il titolo al film e che gli risparmierebbe anni di carcere: I am not him, io non sono lui.

Il tema del doppio, a un certo punto, si sdoppia. Nihat, a sua volta, cerca Ayşe in una donna che incontra per strada e che le somiglia in modo straordinario. I due si ritrovano, insieme, a "interpretare" la vita di altri. Non sarebbe stato male se Nihat, col cambio d'identità, avesse cambiato anche espressione del volto, almeno una volta, in due ore di pellicola. Mette gli occhiali, si toglie i baffi, ma lo sguardo è sempre lì, piantato nel vuoto. Viene il sospetto che, oltre che per lo spettatore, questo film sia stato una prova di resistenza notevole anche per l'attore protagonista.

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