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FILM Svizzera

The Field, il coraggio di un popolo privato della propria identità

di 

- Il regista svizzero Mehdi Sahebi ritorna ad occuparsi di quanti sono messi a tacere dando corpo e voce al loro malessere

The Field, il coraggio di un popolo privato della propria identità

Dopo quasi dieci anni dal toccante Time of Closure (ricompensato, fra l’altro, con il Premio SRG SSR idée suisse alla Semaine de la critique di Locarno), ritratto frontale di un malato di AIDS in fin di vita, Mehdi Sahebi rivolge nuovamente il suo sguardo verso una realtà nascosta e dolorosa: quella dei contadini cambogiani, scacciati con la forza dalle loro terre.

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, presentato in prima mondiale al Duisburger Filmwoche dove ha vinto il Förderpreis der Stadt Duisburg, permette a Mehdi Sahebi di estendere il suo occhio-cinepresa dal singolo (Time of Closure) al collettivo denunciando una situazione assurda e crudele che si sta tristemente generalizzando. Guidato dalla sua curiosità non solo di regista ma anche di etnologo Mehdi Sahebi parte durante un lungo periodo nel nord est della Cambogia, nella provincia del Mondulkiri, per incontrare i suoi abitanti, conosciuti come i Bunong (una minoranza etnica di tradizione animista), sorta di spiriti delle foreste che rappresentano per loro non solo una fonte di sostentamento ma soprattutto un microcosmo identitario da difendere, ad ogni costo. Quello che minaccia l’identità stessa dei Bunong sono i colossi della produzione di gomma che, approfittando di un governo corrotto, hanno deciso di scacciarli dalle loro terre ancestrali per impiantarvi un business sicuramente poco interessato al rispetto di un fragile ecosistema. Come centinaia di migliaia di contadini cambogiani, Binchey, protagonista malgrado lui di The Field, viene progressivamente espropriato delle sue terre. Costretto a ritirarsi sull’ultimo lembo coltivabile che gli resta si aggrappa con tutte le sue forze al solo barlume di speranza che gli rimane: quello di trovare delle altre terre da coltivare. Una tenue, tenuissima luce quella che insegue il nostro intrepido e fragile protagonista che si trasforma man mano in oscurità, in terrore, quello di un futuro tutto da ricostruire. Ma come? Su quale basi?

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Ciò che colpisce in The Filed è il modo in cui Mehdi Sahebi trascrive la storia dei suoi protagonisti, sorta di Don Quichotte cambogiani invischiati in un crudele gioco di potere di cui non conoscono assolutamente le regole. Mehdi Sahebi usa il loro vocabolario (verbale ma anche corporeo), per cercare di dare un nome al male che li affligge. Collettivamente, assieme ad un gruppo di Bunong capitanati da Binchey, il regista mette in scena il quotidiano tormentato dei suoi protagonisti, le loro convinzioni e le loro paure, cercando di riunire un passato ed un presente che sembrano lacerati, privati di una continuità spazio-temporale rappresentata dalle foreste. Come un’inaspettata medicina, il cinema penetra la realtà per dare ai protagonisti di The Field la possibilità di analizzare la (nuova) realtà che li circonda, per riconsiderare il passato e cercare di dare un senso al futuro. Senza camuffare il suo intervento ma al contrario rendendolo esplicito (Binchey cerca di convincere i suoi concittadini dell’importanza del partecipare al progetto filmico-artistico), Mehdi Sahebi permette al pubblico di riflettere non solo sulla situazione vissuta dai contadini cambogiani ma anche (e forse soprattutto) sulla costruzione stessa di un film documentario, sulle sue contraddizioni e le sue utopie. The Field parla con pertinenza e pudore dell’importanza di rivendicare la propria identità, nella vita così come sullo schermo. 

The Field è prodotto dalla zurighese Cinéma Copain Ltd Liab Co.

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