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VILNIUS 2017

Close Relations: la crisi ucraina e la mitologia comunitaria

di 

- Il regista russo Vitaly Mansky parte alla ricerca delle sue radici personali con un nuovo film, presentato al Vilnius Film Festival nella sezione Baltic Gaze

Close Relations: la crisi ucraina e la mitologia comunitaria

Il documentarista russo Vitaly Mansky, che nel suo lavoro precedente Under the Sun [+leggi anche:
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metteva a nudo la macchina propagandistica della Corea del Nord, torna sugli schermi con il nuovo Close Relations [+leggi anche:
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, presentato al Vilnius Film Festival nella sezione Baltic Gaze, e questa volta guarda alle sue radici personali. Il cineasta, infatti, ha intervistato i i membri della sua numerosa famiglia ucraina, ritraendoli nelle loro cucine e nei loro soggiorni. Il risultato è un film che proietta la crisi politica di un’intera nazione entro le mura domestiche di un nucleo famigliare, rivelando fino a che punto la percezione dei cittadini sia plasmata dalle menzogne dei media e dai miti di una comunità.

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Se l’ultimo periodo abbonda di documentari che raccontano l’annessione della Crimea da parte della Russia, la maggioranza di questi risente di una visione pro-Euromaidan e sceglie Kiev, città che è stata il cuore della rivoluzione, come luogo di ambientazione principale. Girato nel corso di un anno a partire dal maggio 2014, il film di Mansky si differenzia da questa tendenza, cercando di catturare lo stato del paese così come emerge dai comportamenti di alcuni cittadini qualunque, girando il paese da Kiev a Lviv (storica roccaforte antisovietica e casa dell’anziana madre del regista), passando per Odessa, Sebastopoli e infine Donec’k, fortezza dei separatisti, dove si vedono, in un’atmosfera carica di tensione, i carrarmati pattugliare le strade. Ne emerge un quadro sfumato, che cerca di rintracciare le radici del nazionalismo e che si limita a rilevare le divisioni, senza esasperarle.

Nel centro minerario di Donbass, Misha, patriarca della famiglia, paragona i soldati ucraini ai nazionalisti degli anni ’40 che, racconta, un giorno di colpo fecero diventare grigi i capelli di una donna decapitando di fronte a lei il marito. L’immagine, certamente evocativa, mostra come fatti reali e leggenda si mescolino per creare nell’immaginario popolare un cattivo diverso da sé. Sullo sfondo, un televisore annuncia l’inizio di dell’“offensiva” ucraina. In questa come in altre scene, i racconti orali che circolano all’interno della comunità si intrecciano a quelli dei media creando storie ideologicamente faziose. 

Se la pellicola tiene conto di questi contrasti e si mantiene imparziale, il dissenso di Mansky di fronte alle azioni intimidatorie russe trapela nella decisione di includere le immagini del luogo dell’assassinio del leader dell’opposizione Boris Nemtsov, la cui morte avvenuta non lontano dal Cremlino aveva segnato una svolta per quanto riguarda l’esercizio del potere. Insistendo sulla complessità dei punti di vista e la necessità di aprire il dialogo, Close Relations si propone come un antidoto alle semplificazioni e alla svalutazione della vita umana.

Il film è prodotto da Natalya Manskaya, Simone Baumann, Guntis Trekteris e Marianna Kaat, e vede collaborare la società tedesca Saxonia Media Filmproduktion, la lettone Ego Media, l’estone Baltic Film Production, la russa Vertov Real Cinema e l’ucraina 435 Films. La distribuzione internazionale è affidata a Deckert Distribution.

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(Tradotto dall'inglese)

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