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KARLOVY VARY 2018 Concorso documentari

Recensione: Bridges of Time

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- KARLOVY VARY 2018: L'incredibile doc di Kristīne Briede e Audrius Stonys sui maestri dimenticati della New Wave baltica è stato presentato in anteprima nel Concorso documentari di Karlovy Vary

Recensione: Bridges of Time

Con i paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) che quest'anno festeggiano il loro 100° anniversario, Bridges of Time [+leggi anche:
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è un trattato tempestivo sui maestri della New Wave baltica, una tradizione di produzione di documentari poetici le cui origini possono essere fatte risalire agli anni '60. A parte il suo contesto storico, il film – diretto dagli acclamati documentaristi baltici Kristīne Briede (Lettonia) e Audrius Stonys (Lituania), e presentato in anteprima mondiale nel Concorso documentari di Karlovy Vary – è anche un'appassionata difesa della necessità di realizzare documentari e del desiderio umano di conservare momenti nel tempo.

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"Filmiamo la Terra, ma ricordiamo che il Cielo è sopra di noi", dice il regista lettone Herz Frank all'inizio del film. Questo senso di dolorosamente umano ma serenamente spirituale attraversa il film, dove i registi evitano la narrativa diretta a favore di un approccio poetico insegnatogli dai loro predecessori. Le clip dei film di alcuni dei maestri del documentario tristemente trascurati dalla storia del cinema sono intervallate da filmati attuali delle stesse location, che ci ricordano il passaggio immutabile del tempo e la natura eminentemente mutevole della memoria umana. A volte questi maestri appaiono in filmati contemporanei. Il regista lettone Aivars Freimanis siede con la famiglia che ha ripreso per la prima volta nel 1969, in The Catch, il marinaio agile e consumato dal lavoro ora diventato un vecchio uomo sereno e corpulento, e il bambino timido e giocherellone ora un uomo di mezza età un po’ scontroso. Due stati dell'essere, entrambi catturati nel tempo.

A volte le giustapposizioni temporali sono piene di speranza, con un senso del tempo che passa e di conservazione per le generazioni future. Ma c'è anche la sensazione che queste immagini ci vogliano ricordare che alla fine tutto si decomporrà. Il filmato d'archivio di Robertas Verba, che è morto solo e trascurato, lo mostra come una figura piuttosto stanca e disperata (anche se ovviamente ancora con un'intelligenza feroce). È messo accanto a scene del suo lavoro che mostrano un bambino che impara a camminare, il cerchio della vita ritratto attraverso la lente di due epoche diverse.

C’è chi potrebbe trovare assurda la mancanza di contesto dato nel film – c'è molto poco oltre alle didascalie che informano dell'identità dei registi. Ma questo non è stato mai inteso come un lavoro di storiografia pura, ma piuttosto come un’opera che consente alle immagini di dipingere un'immagine astratta.

Detto questo, chi non ha conoscenza del documentario baltico non deve preoccuparsi. Bridges of Time funziona come una perfetta introduzione al soggetto, e ci saranno pochissimi spettatori che lasceranno questo film senza il desiderio di scoprire di più di quei film poetici che, attraverso semplici raffigurazioni del comportamento umano e della natura che lo circonda, dipingono un'immagine complessa della vita e la conservano per le generazioni future.

Tenendo presente il summenzionato centenario baltico, Bridges of Time – fresco della sua prima mondiale dovrebbe rivelarsi un grande successo nel circuito del festival (specialmente, e ovviamente, in manifestazioni dedicate al documentario), e un’uscita nelle sale in un contesto d'autore non è totalmente da escludere.

Il film è prodotto da VFS Films (Lettonia) e Studio Nominum (Lituania), in coproduzione con l’estone Vesilind.

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(Tradotto dall'inglese)

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