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VENEZIA 2018 Settimana Internazionale della Critica

Recensione: Bêtes blondes

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- VENEZIA 2018: Presentato alla Settimana Internazionale della Critica, il film di Maxime Matray e Alexia Walther è un'avventura eccentrica e surreale con una vena romantica nascosta

Recensione: Bêtes blondes
Thomas Scimeca e Basile Meilleurat in Bêtes blondes

Il debutto alla regia del duo di registi franco-svizzero Maxime Matray e Alexia Walther, Bêtes blondes [+leggi anche:
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scheda film
]
, è stato presentato nell’ambito della Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia di quest'anno. L'inizio è per noi poco chiaro come lo è per il protagonista stesso: Fabien (interpretato da Thomas Scimeca) inspiegabilmente si sveglia in mezzo a una foresta, circondato da brandelli di cibo mangiato dai vermi. Un apribottiglie gli viene restituito mentre si sveglia, e dopo aver accettato l'invito a unirsi a un barbecue, ruba del salmone accuratamente marinato e corre tra gli alberi. Il salmone, tuttavia, finisce per essere mangiato da un cane. Questa premessa selvaggiamente affascinante sfocia in un eccentrico road movie, e mentre continua il suo viaggio, Fabien incontra Yoni (Basile Meilleurat), che, a quanto pare, ha indirettamente causato la morte del suo fidanzato – o almeno, è ciò di cui viene accusato dalla famiglia del defunto. Lo sfortunato giovane stava cercando di fuggire con Yoni, ma in qualche modo è rimasto decapitato lungo il percorso.

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Bêtes blondes è un'opera idiosincratica, che resiste alle solite etichette di genere o categorizzazioni narrative. È un film colorato, onirico, surreale e capricciosamente divertente in cui un viaggio fisico, un'amicizia in bilico tra dolore, desiderio e malinconiche allucinazioni si fondono perfettamente in una storia che è un piacere osservare sin dalle sue sequenze iniziali. Detto questo, il ritmo del racconto rallenta in modo tangibile nella seconda parte del film. Forse comprensibilmente: Bêtes blondes è un film che non si accontenta di essere solo un racconto bizzarro di due persone con l'abitudine surreale di portare in giro le teste dei loro cari in una borsa. Alla base della sua vistosa estetica c'è una storia di sofferenza umana, la disintegrazione della propria identità dopo aver subito una perdita, dove si cerca una via di fuga nella soppressione del dolore e nell'intossicazione, così come nel mondo dei sogni ad occhi aperti e nei ricordi del passato. Fabien è l'ex star di una sitcom televisiva di breve durata, intrappolato nel ricordo di un io che non esiste più, il ricordo di un'epoca in cui non doveva piangere la sua fidanzata tragicamente defunta.

Uno dei lati più piacevoli di Bêtes blondes è il suo aspetto visuale. Incorniciato in un formato 4:3 retrò e nostalgico, e fotografato per assomigliare a un mash-up di film sperimentali degli anni '70 ed Eurotica, con le sue abbondanti piante di plastica fluorescenti, i temi visivi del film sono stilizzati in modo sempre più fantastico mano a mano che i protagonisti entrano in un mondo che assomiglia più ai sogni che alla realtà. In questo rientra il leitmotiv del film, la testa mozzata. Attraverso la storia dell'arte e della letteratura, la decapitazione è stata presentata come un momento di vendetta, quasi poetico nella sua definitezza; una vendetta a volte causata anche da desideri irrealizzati, un impulso erotico sublimato nella violenza. In Bêtes blondes, Maxime Matray e Alexia Walther al contempo costruiscono questa storia e la sovvertono. Una testa mozzata è il ricordo di una persona amata, il simbolo ultimo dell'amore. Il loro è, dopo tutto, un film romantico.

Bêtes blondes è una coproduzione franco-svizzera guidata da Ecce Films e da Garidi Films. La francese Ecce Films si occupa delle vendite internazionali.

(Tradotto dall'inglese)

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