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VENEZIA 2018 Fuori concorso

Recensione: American Dharma

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- VENEZIA 2018: Nel film presentato fuori concorso, il documentarista americano Errol Morris parla con Steve Bannon, l’ex direttore di marketing strategico del governo Trump

Recensione: American Dharma
Steve Bannon in American Dharma

Per qualcuno concepire un film in cui Steve Bannon parli di cinema è un’eresia, poiché molti ritengono che, durante il governo del presidente Donald Trump, Bannon fosse colui che si occupava delle nomine, ed è visto come la persona che offrì a Trump la strategia in grado di dare una svolta repubblicana alle elezioni. A prescindere da quali fossero i suoi principi tanto da conferire a quest’ideologia un programma politico e una certa influenza durante le elezioni, il famoso documentarista americano Errol Morris ha scelto una strategia vincente nel parlare di cinema con l’ex segretario di Trump. Bannon presenta una prospettiva nuova sui film e i personaggi discussi, anche se talvolta la sua interpretazione pare leggermente disillusa. Alla Mostra del Cinema di Venezia, dove American Dharma è proiettato fuori concorso, tutti parlano comunque di film, quindi perché non ascoltare l’opinione di Bannon? Dopotutto, la selezione ufficiale di quest’anno ha dimostrato come i registi bianchi di mezza età siano in piena forma.

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Errol Morris omaggia il film preferito di Bannon, Cielo di fuoco (1949) di Henry King, intervistandolo in un capanno Quonset. Morris è seriamente interessato a ciò che Bannon ha da dire su un film che affronta il tema della leadership e del populismo, ed è subito chiaro quanto questo non sia un tentativo di aggirare l’argomento. Si discute di Orizzonti di gloriadi Stanley Kubrick, Falstaff di Orson Welles e addirittura di The Fog of War: La guerra secondo Robert McNamara, diretto da Morris stesso, che sembra abbia portato Bannon ad entrare nel mondo della regia. Ciò su cui ci si sofferma in modo particolare è la loro diversa opinione su Falstaff quando Hal viene incoronato Re Enrico V nell’opera omonima, poiché Morris crede che quelle di Falstaff siano lacrime di tristezza, mentre Bannon vede il pianto come segno della fine del suo incarico e di un senso di orgoglio. Ci sono dei parallelismi tra questa discussione di Bannon e la sua relazione con Trump, che attribuiscono a questo e ad altri dibattiti dei significati sottaciuti.

I film fanno da trailer alle loro conversazioni sulle elezioni, sull’ideologia e su Trump. Esse sono il cuore del film, e Morris dà a Bannon lo spazio per esprimere le sue opinioni; talvolta affrontandolo, poiché il regista vede l’eliminazione di livelli  amministrativi di governo come contraddittoria rispetto alla politica populista americana, che è contro il trasferimento delle aziende statunitensi all’estero. Sorprendemente, Morris non mette Bannon con le spalle al muro o prova a convincerlo di una certa idea – non è quello il tipo di giornalismo che gli appartiene. Arriviamo, poi, a conoscerlo di più; il regista ammette di aver tediato suo figlio dicendogli di votare Hillary Clinton piuttosto che Bernie Sanders alle primarie non per convinzione politica, ma perché sentiva che fosse l’unica persona in grado di fermare Trump. Si avverte del rammarico a riguardo, in un film in cui Morris trova la catarsi nell’elezione di Trump mentre Bannon approfitta dell’occasione che gli viene data per diffondere la spregevole ideologia dell’alt-right.

Il film è stato prodotto dai team americani Fourth Floor Productions e Moxie Pictures e da quelli inglesi Maje Productions e Storyteller Productions. Endeavor Content si occupa delle vendite estere.

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(Tradotto dall'inglese da Giada Saturno)

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