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FILM Francia

Recensione: I Feel Good

di 

- Benoît Delépine e Gustave Kervern realizzano una nuova commedia di resistenza, allo stesso tempo acida e tenera, sul capitalismo, la povertà e l'utopia

Recensione: I Feel Good
Jean Dujardin in I Feel Good

"Credo nel nostro sistema liberale, proprio come te", "l'obiettivo del gioco è far lavorare gli altri, non lavorare tu stesso", "voglio diventare molto ricco, immensamente ricco". Chi distilla un tale credo in I Feel Good [+leggi anche:
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, ecc.) che ha chiuso lo scorso agosto il 71° Festival di Locarno e lanciato da Ad Vitam in Francia questo mercoledì 26 settembre? Un "vincitore" del sistema, un opulento privilegiato, un giovane lupo dai denti affilati? Niente affatto e pensarlo significherebbe fraintendere la visione del mondo moderno del duo di registi. Perché affidandosi a Jean Dujardin e al suo immenso talento nell'interpretare personaggi di pazzi super convinti, i due registi offrono uno specchio deformante e spesso molto divertente delle derive oltraggiose del capitalismo, fornendo al contempo un'immersione tenera e un po’ triste al centro di una vera comunità Emmaüs dove dal 1954 perdura la fiamma dello spirito del fondatore, l’abbé Pierre ("abbiamo tanto bisogno di vivere quanto di qualcosa di cui vivere") e la sua fede utopica con e per l'uomo: dare il benvenuto a coloro che non hanno nulla, senza sapere da dove vengono, o cosa hanno fatto prima.

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Quando Jacques (Dujardin) ricompare, dopo tre anni senza dare sue notizie e senza aver neanche assistito al funerale dei suoi genitori, sua sorella Monique (Yolande Moreau, perfetta come bipolare dolce e nostalgica) accetta di buon grado di ospitarlo nel centro Emmaüs che dirige. Ma Jacques non ha veramente intenzione di lavorare in uno dei laboratori del sito. Il suo incontro casuale (mentre mendicava, in modo molto inventivo) con un vecchio amico di liceo, un ex obeso che ha subito una trasformazione e diventato amministratore delegato nel settore della panificazione industriale con tanto di bella moglie, Lion Club e lussuosa villa, gli fornisce un'idea di business: "rendere belle le piccole persone" con interventi di chirurgia estetica "super low-cost". Straordinario affabulatore, si mette quindi a convincere qualche emarginato della comunità: "tu hai un enorme potenziale di seduzione", "stop all'immobilità, è ora che ti muovi dalla tua zona di comfort", "l'aspetto è più importante delle prestazioni", "cambiare testa è cambiare vita", "con il tuo nuovo look, sarai una calamita per gli sponsor'', ''il nemico, ciò che ti impedisce di essere ricco, è la tua gentilezza". Convince così un piccolo gruppo ad andare in Bulgaria presso la Clinica della speranza...

Giocando sul contrasto tra i discorsi "deliranti" di Jacques e l'umanità ultra-modesta del suo entourage, I Feel Good rappresenta con grande umorismo la malattia del capitalismo che contamina gli strati sociali più in difficoltà, senza mai prendersi gioco dello sgomento dei membri della comunità Emmaüs dove il film è stato girato con un numero di non professionisti che ci vivono davvero. Un delicato equilibrio da tenere, che incorpora finzione e quasi-documentario, che rende questo nuovo lavoro di Delépine e Kervern un'opera il cui umorismo feroce è un po’ meno a suo agio rispetto ai loro film precedenti, il che non impedisce loro di rendere omaggio alla figura dell'abbé Pierre e di trasmettere con chiarezza il loro messaggio di resistenza: il nuovo mondo non è tentare assurdamente di diventare il re della foresta, è recuperare il vecchio, ridigitarlo e trasfigurarlo.

Prodotto da No Money Production e JD Prod, con Arte France cinéma e Hugar Prod, I Feel Good è venduto nel mondo da Wild Bunch.

(Tradotto dal francese)

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