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IDFA 2018

Recensione: Kabul, City in the Wind

di 

- Il documentario d'esordio del cineasta afgano-olandese Aboozar Amini ha aperto la 31ma edizione dell'International Documentary Film Festival Amsterdam

Recensione: Kabul, City in the Wind

Attraverso il lungometraggio d’esordio di Aboozar Amini, Kabul, City in the Wind [+leggi anche:
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, ci viene data l'opportunità di sperimentare la vita in una città che è stata segnata da decenni di guerre e terrore, essendo il paese passato da un conflitto all'altro. E anche se la violenza ha lasciato un segno forte, gli onnipresenti toni di grigio del deserto offrono una rinfrescante visione della vivacità dei suoi abitanti. Il film di Amini ha avuto la sua prima mondiale come film d'apertura ufficiale della 31ma edizione dell’International Documentary Film Festival Amsterdam (IDFA), che si svolge dal 14 al 25 novembre.

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"Questo è il nostro amato paese; questo è l'Afghanistan, la patria dei ladri", canta l'autista di autobus Abas, sfoggiando un sorriso affascinante, nella scena d'apertura. È un uomo allegro, o così pare a prima vista, a suo agio con la realtà di lavorare lunghe ore per sostenere la sua famiglia. Lo vediamo guidare attraverso Kabul, fumando sigarette e chiamando i passeggeri. Ben presto, questa spensieratezza si rivela una scelta di stile di vita, quando comincia a spiegare di voler essere, per i restanti anni della sua vita, nient’altro che felice, anche se immerso in una scia di sfortuna. La storia di Abas è intrecciata con quella dei giovani fratelli Afshin e Benjamin, i quali, dopo che il padre ha lasciato l'Afghanistan per motivi di sicurezza, sono di colpo diventati gli uomini di casa.

Amini, che fuggì lui stesso dall’Afghanistan quando era più giovane, ha girato a Kabul per un periodo di tre anni. Avendo sperimentato diversi attacchi terroristici durante le manifestazioni, ha deciso di escludere qualsiasi violenza diretta dal suo film. Invece, ci mostra le abitudini quotidiane come quella di sgombrare la neve dal tetto e armeggiare con il motore di un autobus cittadino vecchio di decenni. Segue letteralmente i suoi tre soggetti, e quando vediamo la videocamera tremare con le orme di Amini, sembra quasi che stiamo camminando lì anche noi.

Sebbene il conflitto sia onnipresente in tutto il film, sia nella mente dei soggetti principali che nella sua forma fisica, vi è una certa sottigliezza. Benjamin, ad esempio, fa un gioco di conteggio usando le tombe delle vittime di un orribile attacco terroristico, al quale suo padre sopravvisse per un pelo. Più tardi, suo fratello si unisce a lui per fare musica battendo le pietre all'interno di un vecchio carro armato sovietico. Inoltre, mentre negozia il prezzo della riparazione del suo autobus, Abas discute con il suo meccanico di come le vecchie bombe possano essere utilizzate per una moltitudine di scopi. Mentre questi residui di violenza assumono un ruolo discutibile per le strade, ci rendiamo conto di quanto sia adattabile la mente umana. Il conflitto si normalizza in qualche modo e siamo quindi in grado di entrare in empatia con il modo creativo con cui i personaggi trattano questa realtà. Siamo risucchiati via da questo regno solo in alcuni punti – ad esempio, quando sentiamo il sibilo del vento nel forte rumore degli elicotteri sopra le nostre teste. "Devono portare armi per combattere i talebani", dice Afshin. Proprio come Abas, Afshin e Benjamin, lo spettatore diventa un semplice testimone, lasciato solo a riflettere su ciò che viene presentato: una città nel vento.

Kabul, City in the Wind è una coproduzione olandese-afgano-giapponese-tedesca guidata da Silk Road Film SalonColor of May, NHK Enterprises e Kino Kabul, ed è uno dei dieci film della selezione ufficiale dell'IDFA sostenuti dall’IDFA Bertha Fund. Rediance si occupa delle vendite.

(Tradotto dall'inglese)

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