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GÖTEBORG 2019

Recensione: Lucky One

di 

- Il nuovo intrigante film di Mia Engberg è un'esperienza di crimine, oscurità, luce e amore

Recensione: Lucky One

“Immagina… Sei in una stanza buia, silenziosa, da solo… Senti il tuo respiro. Quando conto fino a tre, lasci andare tutto ciò che è fuori. Non sei spaventato, non sei solo… Sei amato… da me”.

In Lucky One [+leggi anche:
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, proiettato in anteprima internazionale al Göteborg Film Festival, dove è in gara per il Dragon Award come miglior film scandinavo, la voce fuori campo di Mia Engberg, che sia in un morbido svedese o in un francese teneramente accentato, è confortante e familiare. L’ultima volta che si è sentita la sua voce è stato sei anni fa in Belleville Baby [+leggi anche:
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, un racconto poetico della riunione tra due vecchi amanti che si sviluppa interamente al telefono o attraverso letture di diario, rappresentato visivamente da riprese di filmati in 8 e 16 mm e della fotocamera del cellulare. “Baby” (dal nome di un gatto) ha viaggiato in vari festival e ottenuto diversi premi – spesso, in maniera alquanto curiosa, come miglior documentario. È un’opera emozionale sperimentale che condivide il DNA stilistico con la Nouvelle Vague francese, e con nomi come Chris Marker e Marguerite Duras. L’etichetta flessibile “film d’essai” avrebbe potuto calzare meglio, o - perché no - il genere spesso privilegiato da Duras: “autofiction”.

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Questa volta, la Engberg regista-autrice-narratrice-protagonista presenta la sua prima opera di fiction, di nuovo con un pizzico di “incertezza”. Lucky One (dal nome di un criceto!) riunisce la coppia, la svedese Mia e il francese Vincent, di nuovo al telefono. Lei si sta preparando a scrivere una storia e lui, incapace di evadere dalla vita criminale, lavora come autista e spalla di un gangster a Parigi. Lei delinea il proprio scenario (“La storia è su di me?” chiede lui, e lei risponde “Sì, forse”), e suggerisce che lui le dia una mano. A Vincent vengono “assegnati” due giovani personaggi femminili di età simile ma che si trovano in circostanze molto diverse: un’adolescente a cui badare mentre la madre è all’estero; e una donna ucraina appena arrivata, vittima dei traffici umani, legata alla scuderia di prostitute del gangster. Presto emergono vari tipi di dilemmi, alcuni anche di natura profondamente morale, mentre la storia della loro conversazione telefonica si svolge sotto gli occhi dello spettatore. 

La Engberg francofila esplora con amore l’ambiente culturale e locale, trainando la Engberg tradizionalista progressista. La sua Parigi non è molto simile a quella delle foto da cartolina, se non piuttosto a quella aspra di L’odio di Mathieu Kassovitz o di un malinconico poliziesco francese degli anni Cinquanta. Le immagini surreali di Daniel Takács e la delicata colonna sonora jazz di Michel Wenzer sottolineano sensualmente l’atmosfera, più o meno come fa l’ambientazione dell’intero film che si svolge dopo il tramonto. 

Le scelte stilistiche influenzano anche l’inquadratura: la videocamera si stringe sull’edificio da cui proviene il dialogo, ma invece che stringere ulteriormente sui personaggi che parlano, la scena resta sulla facciata esterna. Gli attori sono soggetti ad alcune riprese lunghe, una o due riprese medie e nessun primo piano. Ci sono diverse riprese di stanze vuote, finestre e del cielo. A volte lo schermo è nero. 

Lo sperimentalismo di Engberg non è né incomprensibile né richiede pazienza, se non l’esatto contrario, in effetti. Lo spettatore, come Vincent, è guidato con gentilezza dalla sua affermativa voce fuori campo, e viene presto rapito per tutto il viaggio. Inoltre, risuona “Pie Jesu” del compositore Gabriel Fauré, che illumina lo schermo gloriosamente, e letteralmente, di toni impressionistici. In tale sublime compagnia, non ci si sente mai soli, ma in effetti amati. 

Lucky One è stato prodotto da Story AB (Svezia).

(Tradotto dall'inglese da Gilda Dina)

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