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BERLINO 2019 Panorama

Recensione: Système K

di 

- BERLINO 2019: Dopo Benda Bilili!, Renaud Barret firma un nuovo affascinante documentario nel cuore di Kinsasha sulla scia di performer e artisti di strada eccezionali

Recensione: Système K
Il gruppo Kokoko! in Système K

"Le nostre opere si nutrono del caos, come una popolazione che deve continuamente inventare le condizioni per la propria sopravvivenza". Quasi nove anni dopo aver sbalordito la Croisette, aprendo la Quinzaine des Réalisateurs con Benda Bilili! [+leggi anche:
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che aveva co-diretto, riecco Renaud Barret, questa volta da solo alla regia, con un documentario non meno sorprendente, Système K [+leggi anche:
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, presentato al Panorama del 69° Festival di Berlino. Immerso nella febbre al limite dell'abisso che regna a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, dove risiede, il regista francese ha deciso di puntare la sua videocamera su dei performer stravaganti, emissari di una "street art" artigianale di una grande potenza creativa, esperti nel riciclaggio di materiali ed espressione della sofferenza di un popolo afflitto da estrema povertà e conflitti armati. Là dove "l'arte è un lusso fuori portata" per molti, dove la semplice ricerca di cibo, acqua o elettricità è la sfida quotidiana, emergono dunque nella folla variopinta dei quartieri più poveri, di notte e di giorno, alcuni personaggi incredibili, messaggeri simbolici che sembrano arrivare dritti da un altro pianeta, come Kongo Astronaute che cammina per le strade nella sua veste futurista e si proclama "un congolese nello spazio, lo spazio di Kinshasa".

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Galleria di ritratti di una dozzina di questi artisti più che inusuali ("nel ghetto, mi prendono per pazzo") in un ambiente dove le strade sterrate si trasformano rapidamente in cloache e dove l'oscurità notturna raggiunge una densità particolarmente preoccupante per una città di 13 milioni di abitanti, System K si rivela uno spettacolo affascinante, che spalanca le porte a un’immaginazione fertile e un po’ sgangherata che prende il sopravvento sui mali della società. Capsule, casse di munizioni usate, teschi di animali morti, vecchia macchina da scrivere, pedaliera e catene di biciclette, materiale elettronico di scarto, plastica fusa, alluminio, fumo: questi artisti locali riciclano tutto per fare opere d'arte o costumi di scena, con un’inventiva che non ha limiti né tabù, ma che non manca mai di significato ("il coltan: ci si uccide a Est per quello, i bambini sono sfruttati nelle miniere, sono gli schiavi della tecnologia"). Seguono spettacoli di strada allucinanti: televisori e computer vengono distrutti a terra, ci si rotola per terra, le mani e i piedi incatenati, brandendo la Bibbia per denunciare il potere religioso, ci si illumina con lanterne manomesse, ci si cosparge d’acqua e ci si stende in una vasca piena di sangue per incarnare la penuria e la "demon-crazia", ci si chiude in una casetta costruita esclusivamente a colpi di machete per riecheggiare le uccisioni nazionali, ecc. Da Freddy Tsimba le cui opere hanno già ottenuto riconoscimenti internazionali, a Graldine Tobe che dipinge usando il fumo, passando per Béni Baras che vive da senzatetto, il duo Flory - Junior, Yas, Majestik, Strombo o il gruppo Kokoko! (che ha anche composto la musica del film), la passione creativa di questi artisti rispecchia la smisuratezza della città perché "vivere a Kinshasa è già una performance".

Girato con una bella padronanza formale che evita il tranello della camera a spalla utilizzata di soppiatto e testimonia un livello molto avanzato di immersione locale (perché girare "come si deve" nelle strade di Kinsasha è un'impresa), System K, senza veramente cercare di tessere un filo narrativo artificiale, adempie perfettamente alla sua missione di scopritore amichevole di talenti fuori dalla norma e dà una risposta molto personale a questa domanda posta da uno dei protagonisti: " Dove comincia l'arte ? Dove finisce?".

Prodotto da La Belle Kinoise e Les Films en Vrac, Système K è venduto nel mondo da Le Pacte.

(Tradotto dal francese)

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