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BERLINO 2019 Berlinale Special

Recensione: Peter Lindbergh - Women's Stories

di 

- BERLINO 2019: Jean-Michel Vecchiet ha realizzato una biografia amichevole sulla vita e il lavoro di Peter Lindbergh, raccontata dalle donne che lo conoscevano meglio e dal regista stesso

Recensione: Peter Lindbergh - Women's Stories

Nel 1990, il fotografo tedesco Peter Lindbergh scattò una serie di fotografie iconiche, che conferirono lo status di "top model" a cinque donne: Linda Evangelista, Naomi Campbell, Cindy Crawford, Christy Turlington e Tatjana Patitz. Gli fu riconosciuto il merito di introdurre un nuovo tipo di realismo in una forma che fino ad allora era stata caratterizzata da ritocchi troppo zelanti. Peter Lindbergh – Women’s Stories [+leggi anche:
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scheda film
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, che ha partecipato al 69° Festival di Berlino nell’ambito di Berlinale Special, è un documentario sul lavoro di Lindbergh come fotografo, cineasta e uomo.

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Il film è diretto e parzialmente narrato da Jean-Michel Vecchiet, che in precedenza ha realizzato un film su Lindbergh dal titolo Peter Lindbergh, A Portrait, oltre a documentari su artisti tra cui Basquiat, a Life, Andy Warhol: Life and Death e Photographers of Mao.

In un mirabile tentativo di imporre una struttura al film al di fuori della tradizionale linea cronologica, il documentario si apre con una domanda: perché qualcuno che fotografa belle donne per riviste di alto livello decide di andare alla prigione di Marion in Florida per fotografare i detenuti condannati a morte, compresa una femmina, il 12 marzo 2013? Purtroppo è un dispositivo che non funziona, e presto si rivela una narrazione fuorviata e imposta. La maggior parte delle icone, delle muse, delle sorelle, degli amici, delle mogli e dei collaboratori intervistati parla semplicemente di Lindbergh, l'artista e della loro relazione con lui, il che sarebbe andato bene se il regista non avesse insistito nel giocare con la timeline, semplicemente perché vuole tenersi la rivelazione di Rosebud sull'infanzia di Lindbergh per l'epilogo. Il guaio è che quando qualcosa di simile a una risposta alla sua domanda iniziale arriva, il quesito è da tempo sfuggito di mente, accecato dai flash della macchina fotografica di Lindbergh e dalle sue tante, troppe storie. Il film non trova mai il tono giusto, mentre invece loda Lindbergh per la sua capacità di essere fresco e nuovo.

Ci sono molti momenti e sequenze divertenti e illustrativi, nonostante tutte le adulazioni. Naomi Campbell che guarda le riprese di se stessa che litiga con Lindbergh sul fatto di saltare in una piscina poco profonda perché non sa nuotare è una gioia da vedere. Perfino Campbell ammette: "Come faceva la gente a sopportarmi?". C'è anche un affascinante racconto di un Lindbergh bambino costretto dai russi a fuggire dalla sua città natale di Lissa (ora parte della Polonia) alla fine di Seconda guerra mondiale. Ci sono inoltre una gran quantità di filmati da alcuni dei suoi set più famosi, oltre a spiegazioni su come ha escogitato alcuni dei suoi concept più stravaganti. È un ottimo pezzo da accompagnare al libro Peter Lindbergh: Stories, che presenta un'introduzione di Wim Wenders e mostra alcune delle sue fotografie più famose.

Il punto in cui il film cade è nelle sue scelte musicali e nel suo surplus di interviste adulatorie. Anche il suo divorzio è piuttosto amichevole. L'uso di teste parlanti e filmati d'archivio è per lo più condotto in modo tradizionale, in un documentario che avrebbe potuto funzionare meglio se avesse introdotto il personaggio principale prima di porre la grande domanda di Vecchiet.

Peter Lindbergh – Women’s Stories è prodotto dalla tedesca DCM Pictures e B/14 Film.

(Tradotto dall'inglese)

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