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CINÉMA DU RÉEL 2019

Recensione: Green Boys

di 

- Attraverso l'incontro di due adolescenti, un clandestino guineano e un giovane normanno, Ariane Doublet tesse un film semplice, tenero, bucolico ed educativo

Recensione: Green Boys

Affrontato in tante occasioni sullo schermo da angolazioni spesso drammatiche, il tema dell'immigrazione clandestina ha ispirato ad Ariane Doublet, una regista profondamente radicata nel mondo rurale (Les Terriens, Les Sucriers de Colleville), un approccio gentile, controcorrente, immerso nei campi e le colline che si affacciano sulla Manica e che fanno da scenario a Green Boys [+leggi anche:
trailer
scheda film
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, presentato in prima mondiale a Parigi, nella selezione francese del 41° festival Cinéma du Réel.

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Alhassane è un ragazzo longilineo di 17 anni, calmo e molto gentile, partito da solo dalla Guinea-Conakry e arrivato in Francia, dopo un viaggio di quasi due anni. Louka, invece, ha 13 anni, è un adolescente del luogo, una campagna della Normandia verde e tranquilla, a due passi dal mare. I due adolescenti sono diventati amici (non sappiamo come) e approfondiscono la loro nascente amicizia con la facilità con cui alla loro età ci si passa un pallone, si guarda una partita in tv, si scalano alberi, si condividono merende, si pescano granchi, si costruisce una capanna (in stile tradizionale guineano). Dalla tarda primavera all'estate, è bello stare all’aperto e attraverso i loro incontri quotidiani, le loro passeggiate, l’osservazione della natura e le discussioni puntualli, i due protagonisti imparano a conoscersi e si trasmettono a vicenda i risultati delle loro giovani vite, dalle espressioni francesi ai nomi degli alberi per Louka, dalla carezza alle mucche ai rituali della preghiera, dalla paura del diavolo alla testimonianza molto pudica dei suoi sforzi per raggiungere l'Europa da parte di Alhassane.

Sul filo di questi incontri nel verde, appena intervallati da tre adulti (piuttosto anziani) di passaggio nel film e che incrociano benevolmente i due protagonisti, il film torna progressivamente indietro nel tempo con il racconto molto più dettagliato che Alhassane fa in voiceover (nella sua lingua madre) del suo viaggio dalla Guinea alla Francia. Dalla sua partenza segreta alla sua prima telefonata mesi dopo a sua madre che pensava fosse morto, dalla prigione in Libia ai trafficanti di armi, dalla sua paura di annegare nel Mediterraneo al centro di detenzione in Sardegna ("puoi impazzire, non succede nulla. Ero disperato") prima di raggiungere la Francia e Le Havre ("ero solo in città, non potevo parlare con nessuno. Quello che mi ronzava nella testa era: dove dormirò?") dove un'associazione presto lo colloca in famiglie locali ("ci sono regole speciali che bisogna rispettare. Ognuna ha le sue abitudini... A volte, dopo aver mangiato, vomitavo, ma non dicevo niente. Mi vergognavo. Se qualcuno ti ospita gratuitamente, tu mangi quello che ti dà"). Il tutto senza dimenticare il capitolo giustizia ("Ti giudicano come se avessi commesso violenze, pretendono che quello che dici sia falso, cercano di incastrarti. Dicono che non pensi come un bambino, che ti è spuntata la barba, che non sei minorenne") e il suo sogno di diventare meccanico in Francia.

Documentario limpido, molto semplice, arioso e tenero, Green Boys lascia emergere il cuore del suo soggetto con piccoli tocchi, senza cercare di raccontare tutto e privilegiando la spontaneità riservata che emana dai suoi due personaggi principali molto accattivanti. Una delicata prossimità che conferisce al film un fascino tenue e inebriante, mentre rivela una visione positiva e ottimistica dell'integrazione dei migranti.

Green Boys è prodotto da Squaw.

(Tradotto dal francese)

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