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FILM / RECENSIONI

Recensione: Lo spietato

di 

- Renato De Maria dirige un irresistibile Riccardo Scamarcio nei panni di un criminale yuppie nella Milano edonista degli anni ’80. Uscita evento nelle sale e poi, dal 19 aprile, su Netflix

Recensione: Lo spietato
Riccardo Scamarcio in Lo spietato

La parabola di un simpatico criminale, dalla vertiginosa ascesa alla rovinosa caduta, tra rapine, sequestri, esecuzioni a sangue freddo, fiumi di droga e belle donne, ricostruita a partire dal pentimento del diretto interessato e tramite un lungo flashback che abbraccia tre decenni. Uno schema piuttosto classico, si direbbe, ma che nel nuovo film di Renato De Maria, dal titolo eloquente Lo spietato [+leggi anche:
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, non manca di elementi di interesse e divertimento. Liberamente ispirato al libro Manager Calibro 9 di Pietro Colaprico e Luca Fazzo sulle vicende del boss Saverio Morabito, che nei primi anni ’90 diventò collaboratore di giustizia assestando un colpo fatale alla ‘ndrangheta milanese, questa gangster comedy scritta dal regista con Valentina Strada e Federico Gnesini, rielabora i fatti infarcendoli di riferimenti cinematografici (allo Scorsese di Quei bravi ragazzi e ai poliziotteschi italiani degli anni ’70, soprattutto) e di memorie personali. 

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Riccardo Scamarcio, sempre più a suo agio in ruoli di questo tipo, brilla nei panni di Santo Russo, gangster gaudente e arrampicatore sociale nella Milano del boom economico degli anni ’80, che ha aspirazioni da manager e applica al crimine le leggi del capitalismo (quando c’è da tagliare il personale, basta usare la pistola). Trasferitosi da bambino con la sua famiglia dalla Calabria alla periferia di Milano, impara presto come un “terrone” come lui possa farsi strada nella terra dei “mangiapolenta”, mette su la sua piccola ma determinata gang (con Alessio Praticò e Alessandro Tedeschi) e si dedica prima alle rapine e ai sequestri di persona, e poi all’edilizia a suon di tangenti e al traffico di droga. Prima di finire in carcere (una volta delle tante), trova anche il tempo di sposarsi, con la brava e devota compaesana Mariangela (Sara Serraiocco), e la scena è esilarante: lo arrestano in chiesa, davanti all’altare, e sua moglie, già incinta, fa di tutto per farsi mettere l’anello al dito prima che se lo portino via e avere così la reputazione salva.

Ma non sono solo i soldi a interessare Santo, lui vuole anche entrare nei salotti buoni. Così quando incontra la bella e raffinata gallerista francese Annabelle (Marie-Ange Casta), ne farà la sua amante e da lei verrà introdotto nell’universo dell’arte contemporanea e delle performance d’avanguardia, con esiti tragicomici per uno come lui, diciamo piuttosto terra-terra. L’ironia è uno dei punti di forza del racconto, insieme al montaggio rapido e alla ricostruzione rigorosa dell’epoca – le automobili, gli arredi, le musiche, i costumi (“abbiamo attinto dagli archivi delle maison di Versace e Armani e girato l’Italia a caccia di collezionisti d’abiti trovandone di sorprendenti”, spiega il regista, che già nel 2015 aveva girato un docufilm sui banditi italiani attivi tra il dopoguerra e gli anni di piombo, Italian Gangsters [+leggi anche:
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). Un film colorato, concepito per il grande pubblico (per la platea Netflix sarà sottotitolato in 20 lingue e ridoppiato in inglese), un omaggio al cinema di genere che non ha pretese di reinventare alcunché, bensì di intrattenere e divertire, almeno quanto si sono divertiti i suoi autori a realizzarlo. 

Girato in sei settimane e costato 4 milioni di euro, Lo spietato è prodotto da BiBi Film con Rai Cinema e coprodotto dalla francese Indie Prod, con la partecipazione di Canal+ e Cine+, il sostegno della Regione Lazio e il contributo di Regione Puglia e Unione europea. Dopo un’uscita evento nelle sale italiane l’8-9-10 aprile con Nexo, sarà disponibile su Netflix dal 19 aprile.

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