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CANNES 2019 Semaine de la Critique

Recensione: The Unknown Saint

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- CANNES 2019: Esplorando metodicamente i meccanismi di precisione della favola burlesca, il marocchino Alaa Eddine Aljem traccia una suggestiva immagine sociale del suo paese

Recensione: The Unknown Saint

"Maledetto il giorno in cui hanno trovato questo santo!". È in un vasto paesaggio desertico, dove non piove mai e dove la terra non è altro che ciottoli e polvere che il marocchino Alaa Eddine Aljem ha scelto di impiantare la trama del suo primo lungometraggio, il divertente e fantasioso The Unknown Saint, presentato in concorso alla 58ma Semaine de la Critique del 72° Festival di Cannes. È in questo territorio che sembra un western, intriso di noia, senza alcuna risorsa economica, e nel cuore del microcosmo di un piccolo villaggio popolato da alcune figure archetipiche che il cineasta intreccia una storia quasi "cartoonesca" di corsa all'oro costantemente ostacolata da credenze locali profondamente radicate.

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Con un inizio travolgente, il film racconta le disavventure di un ladro (Younes Bouab) braccato dalla polizia, che seppellisce il suo bottino, nascondendolo in una tomba improvvisata, in cima a un’alta collina nel deserto, prima di essere arrestato. Dieci anni più tardi, il nostro delinquente lascia il carcere e torna ovviamente a cercare il suo bottino, ma con sua estrema e sgradevole sorpresa, trova esattamente allo stesso posto un mausoleo costruito in memoria di un santo sconosciuto. Oggetto di devozione da parte degli abitanti del luogo che lo vedono come una meta di pellegrinaggio turistico, e che hanno anche trasferito il loro vecchio villaggio per avvicinarvisi, il sito è sorvegliato giorno e notte. Il nostro ladro si stabilisce quindi nella locanda locale, deciso a recuperare i suoi soldi il più rapidamente possibile. Ma i suoi tentativi vanno tutti a vuoto, in un modo o nell'altro, nonostante l'aiuto di un complice, ironicamente chiamato Le Cerveau, "il cervello" (Salah Bensalah).

Nel frattempo, mentre i giorni si susseguono quasi identici, con poche variazioni impercettibili, si intrecciano altre due storie: quella di un padre e suo figlio agricoltori rimasti ostinatamente nell'isolamento del vecchio villaggio (il più anziano prega per il miracolo della pioggia, il più giovane sogna di andarsene) e quella di un dottore appena assegnato nell'area che realizza rapidamente di essere solo un'altra distrazione settimanale (insieme all'hammam) per le donne del posto e i loro mali immaginari trattati con il paracetamolo. Gli uomini ammazzano il tempo dal barbiere e ogni micro evento che accade nel villaggio viene salutato come una grande attrazione. Il ladro diventa sempre più impaziente...

Molto ben dosata, la sceneggiatura scritta da Alaa Eddine Aljem gli permette di mettere in scena un film piuttosto divertente, basato su una situazione comica molto curata, semplice ed efficace. Il film fornisce anche alcune chiavi per la comprensione sociale dell'atmosfera di un Marocco lontano dai centri di modernizzazione urbana, ma il suo aspetto di favola perfettamente sotto controllo (quasi scientifico) gli impedisce di suscitare coinvolgimento, con le emozioni tenute a distanza dallo spettatore, tranne qualche rara eccezione, il che non toglie nulla alla bella tenuta generale del film che contrasta tramite il suo stile di genere ibrido con le opere spesso molto empatiche e realistiche che arrivano da qualche tempo a questa parte dal Nord Africa.

Prodotto dalla società marocchina Le Moindre Geste e coprodotto dalla struttura francese Altamar Films, The Unknown Saint è venduto nel mondo da The Match Factory.

(Tradotto dal francese)

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