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CANNES 2019 Quinzaine des Réalisateurs

Recensione: Canción sin nombre

di 

- CANNES 2019: Il film noir di Melina León racconta la storia di una madre in cerca di sua figlia rapita nel Perù degli anni '80

Recensione: Canción sin nombre
Pamela Mendoza in Canción sin nombre

Perù, 1988. Il titoli di apertura del bellissimo film di Melina León, Canción sin nombre [+leggi anche:
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, al suo esordio nella sezione Quinzaine des Réalisateurs a Cannes, mostrano le prime pagine dei quotidiani allarmate dal conflitto politico, dall’economia fuori controllo e dalla crescente minaccia marxista rappresentata del violento gruppo politico Sendero Luminoso. Questo periodo nero della storia peruviana è entrato nei notiziari recenti a causa del suicidio dell’ex presidente Alan García Pérez, sparatosi mentre la polizia si stava dirigendo ad arrestarlo per le accuse di corruzione legate al suo periodo in carica a metà degli anni 80. 

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Questo lungometraggio arriva sull’onda di una serie di film latinoamericani che ripensano alla dittatura degli anni ‘80, quando gli artisti provavano a lottare con gli eccessi di potere esercitati dalle autorità e la scomparsa di cittadini in tutto il continente. Canción sin nombre è uno dei film più ellittici e stilosi del mazzo, per quanto a volte sia così elusivo che avere nozioni di storia peruviana aiuta molto prima di addentrarcisi.

Il personaggio principale è Georgina Condori (Pamela Mendoza, superba), una giovane donna incinta, un’indigena proveniente dalle Ande, che da poco si è  trasferita a Lima con il marito, Leo (Lucio Rojas), per andare in una clinica che offre assistenza medica “gratuita” per la nascita della loro bambina. È un’offerta troppo bella per essere vera. La loro neonata viene rapita, e il film si concentra sui tentativi di Georgina di ritrovare la figlia. Il problema è che le autorità non sono interessate ad aiutarla e sembrano essere complici delle attività criminali.

La sua ricerca la conduce all’unica persona che l’ascolterà e proverà ad aiutarla: un giornalista placido, dissidente di nome Pedro Campos, che inizia a investigare. È intuibile che Campos sia affine agli emarginati poiché lui stesso conduce una doppia vita che, se rivelata, lo porterebbe ad affrontare l’ira delle autorità. 

Il film è dedicato a Ismael León, il padre della regista, che nel 1981 vide uno dei maggiori quotidiani del paese, La República, riportare in prima pagina un titolo sul traffico infantile, e venne coinvolto nelle indagini che portarono allo scoperto la storia di bambini venduti a coppie europee e americane. Il film segue la tradizione americana de Il caso Spotlight e Tutti gli uomini del presidente per dimostrare come il giornalismo possa essere una forza a favore del bene in opposizione alla corruzione dello Stato. 

Il film è girato in bianco e nero in formato 4:3 dal cineasta Inti Briones, una scelta che la regista dice di aver compiuto per riflettere sia lo schermo televisivo dell’epoca sia il fatto che i quotidiani fossero ancora stampati in monocromia. Anche l’estetica conferisce al film un aspetto noir, cosa che si addice, dato che le indagini condotte sono kafkiane, piene di vicoli ciechi e strade lunghe e tortuose che non portano da nessuna parte. È un film sulla possibilità di superare gli ostacoli della burocrazia quando si è poveri e privi di diritti. Come in molti film noir, non tutto ha senso, mostrando il mondo e ciò che accade piuttosto che spiegare la storia secondo i dettami stilistici del giornalismo. È un esordio meraviglioso e un candidato forte alla Caméra d’Or. 

Canción sin nombre è prodotto dalla casa peruviana La Vida Misma Films. È co-prodotto dalla peruviana La Mula Producciones, la spagnola MGC e la svizzera Bord Cadre Films. Lo studio americano Torch Films ne è il produttore associato. Le vendite internazionali sono gestite da Luxbox.

(Tradotto dall'inglese da Gilda Dina)

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