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VENEZIA 2019 Concorso

Recensione: La Vérité

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- VENEZIA 2019: Con il film di apertura, Hirokazu Kore-eda dimostra di essere abbastanza bravo da sopravvivere a un set in un'altra lingua, ma non abbastanza da evitare qualche dialogo goffo

Recensione: La Vérité
Juliette Binoche, Catherine Deneuve ed Ethan Hawke in La Vérité

La buona notizia è che La Vérité [+leggi anche:
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– sempre con Juliette Binoche nel ruolo principale – in cui la protagonista, bloccata in una foresta giapponese, confonde la ricerca di antiche erbe analgesiche con un vecchio rancore tra madre e figlia. Al contrario il film di apertura di quest’anno a Venezia, il primo di Hirokazu Kore-eda girato fuori dal suo Giappone natìo con una squadra interamente francese e in una lingua (o lingue) che nemmeno parla, come a rendere le cose più interessanti, è una vicenda leggera ma perfettamente gradevole.

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La storia, che ruota attorno a uno dei cliché preferiti dal cinema – una “navigata star cinematografica”, Fabienne (Catherine Deneuve), deve fare i conti con un’autobiografia per lo più inventata in corso di pubblicazione, il fatto che abbia un nuovo e unico ruolo secondario, e l’arrivo della figlia sceneggiatrice Lumir (Binoche), accompagnata dal figlio e dal marito importato (Ethan Hawke) –, è abbastanza divertente. Questo film sarebbe potuto esser stato realizzato da chiunque altro, a differenza di alcune tra le migliori opere di Kore-eda. Forse è solo perché ha lavorato con una lingua non familiare, ma La Vérité è eccessivamente sentimentale: cosa che non è mai sembrata essere nelle corde del regista, per lo meno non fino a questo punto, dato che in genere inietta nel melodramma una dose sufficiente di tenerezza per uniformare il tutto. Questa volta la vista si annebbia. La musica si alza. Lamenti soffocati finalmente vengono vocalizzati, forti e chiari, mandando all’inferno tutta la celebre moderazione giapponese.

È di sollievo la sorprendente interpretazione della Deneuve nelle vesti della rompiscatole, capace di spezzare di netto il sentimentalismo con una frase. È una parte deliziosa e divertente, considerando che quando di recente Kore-eda ha incontrato la Deneuve a Odessa, l’attrice ha ammesso che sebbene l’autore abbia scritto il ruolo pensandola, in realtà non si identifica con la sua visione. Curioso, poiché i beffardi commenti di Fabienne – che interrompe solo per un altro tiro di sigaretta – in realtà sembrano fare eco ai modi di vedere dell’attrice circa vari temi, dagli attori che condividono con il pubblico la propria visione politica a Brigitte Bardot. È talmente meschina ed egocentrica che diventa inevitabile ammirarla, e in qualsiasi momento decida di dar voce alla sua opinione o “sterminare” l’ennesimo ex attore rivale, che è ancora attivissimo, il tempo vola. Quando smette, allora non è più così.

Il contrasto scioccante con la Binoche, che fa chiaramente un passo indietro, proprio come la figlia negletta di Fabienne, potrebbe essere una cosa voluta da Kore-eda, dato che la comunicazione tra le due non è mai stata il loro forte. Qui il mostro dovrebbe essere Fabienne, ma in realtà è Lumir che appare più rancorosa, e mentre Kore-eda spiega a sufficienza il loro passato per permettere di capirne la ragione, è difficile percepirla realmente. Non stupisce che invece le due continuino a parlarne, mettendo in dubbio le reciproche verità ed emozioni, o le memorie “a cui non si può credere davvero” – un mantra improbabile ripetuto più di una volta, quindi necessariamente vero. Tuttavia, ogni questione sollevata si manifesta e poi svanisce, un po’ come la contorta carriera del marito di Lumir. Non che lui sembri preoccuparsene.

Prodotto da Muriel Merlin, La Vérité è stato coprodotto da Miyuki Fukuma e Matilde Incerti per le francesi 3B Productions, MI Movies e France 3 Cinéma, e la giapponese Bunbuku, con la partecipazione di France Télévisions, Canal+ e Cine+. La distribuzione francese è gestita da Le Pacte, e le vendite internazionali sono affidate a Wild Bunch.

(Tradotto dall'inglese)

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