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VENEZIA 2019 Sconfini

Recensione: Il varco

di 

- VENEZIA 2019: Federico Ferrone e Michele Manzolini dirigono un racconto bellico immaginario, costruito con filmati di repertorio e liberamente tratto dai diari del fronte ucraino

Recensione: Il varco

Federico Ferrone e Michele Manzolini lavorano insieme da oltre dodici anni e hanno dedicato buona parte della loro carriera all’uso creativo dei repertori audiovisivi, intrecciando abilmente materiali d’archivio, documentario e cinema di finzione. Il loro ultimo film, Il varco [+leggi anche:
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, presentato nella sezione Sconfini della Mostra di Venezia, è liberamente ispirato alle vite e ai diari dei soldati Guido Balzani, Remo Canetta, Enrico Chierici, Adolfo Franzini, Nuto Revelli e Mario Rigoni Stern. Co-sceneggiato con Wu Ming 2, Il varco si presenta come una storia di finzione costruita con filmati di repertorio ufficiali ed amatoriali e con al centro le vicende di un soldato italiano in partenza per il fronte, ambientate nelle prime fasi della Seconda guerra mondiale.

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Il film si apre con un cartello che introduce il contesto storico del 1941, quando a giugno la Germania nazista invade l’Unione Sovietica e l’Italia, nel corso del mese successivo, manda i suoi primi soldati al fronte ucraino, il luogo dove oggi si combatte ancora la guerra del Donbass. Dopo alcune suggestive immagini di repertorio che ritraggono un bambino intento a giocare in una foresta innevata, lo spettatore entra in contatto con la voce narrante del film, interpretata dal musicista e scrittore Emidio Clementi. In questo documentario, Clementi compie un ottimo lavoro e restituisce con efficacia e senza orpelli retorici le emozioni, le sensazioni ed i pensieri del soldato protagonista. Le parole del soldato sono pregne di significato e spesso rimandano ad immagini poetiche e suggestioni di un mondo ormai lontano nella memoria, eppure relativamente vicino cronologicamente.

Il materiale d’archivio raccolto dai due registi si interseca magistralmente con la narrazione e con il flusso di coscienza del soldato - quasi sempre, si ha la sensazione di guardare i paesaggi fuori dal finestrino del treno, i volti dei commilitoni e dei popolani o anche un semplice cartello stradale direttamente dal punto di vista soggettivo del protagonista. La colonna sonora di Simonluca Laitempergher, inoltre, contribuisce enormemente a trasportare lo spettatore nelle atmosfere dei luoghi e dell’epoca rappresentati nel film: a titolo d’esempio, si potrebbero citare la scena delle danze gitane nella Notte di Sant’Elia ambientata nel villaggio transilvano di Borșa (dove l’esercito si ferma per un giorno prima di ripartire per il fronte) oppure, a metà del film, quella dei canti corali intonati dai prigionieri dell’Armata Rossa. Lungo tutto il film, tra le altre cose, ci sono alcuni preziosi momenti di sospensione, dove la voce narrante si fa da parte e le sole immagini e colonna sonora invitano lo spettatore a riflettere e, perché no, fantasticare. Nel complesso, l’operazione narrativa de Il varco funziona bene - le immagini del reale, sorrette da un montaggio impeccabile ad opera di Maria Fantastica Valmori, riescono a raccontare una vicenda verosimile con grande rispetto e sensibilità, strizzando l’occhio anche al presente. Di tanto in tanto, infatti, il film mostra alcune inquadrature a colori dell’Ucraina di oggi. Queste transizioni appaiono fluide e pertinenti e non distolgono l’attenzione dello spettatore dalla linea narrativa principale.

Il varco è stato prodotto da Claudio Giapponesi per la bolognese Kiné, in associazione con Istituto Luce Cinecittà. Quest’ultimo si occupa anche della distribuzione del film nelle sale cinematografiche italiane, previsto in uscita ad ottobre.

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