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TORONTO 2019 TIFF Docs

Recensione: Mon cousin anglais

di 

- Il regista svizzero e algerino Karim Sayad osserva con minuzia ed eleganza il quotidiano di un uomo alle prese con i dilemmi della vita

Recensione: Mon cousin anglais

Dopo aver debuttato con il documentario Des moutons et des hommes [+leggi anche:
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, Karim Sayad sbarca nuovamente al Toronto International Film Festival, nella sezione TIFF Docs, con il suo secondo intenso lavoro Mon cousin anglais [+leggi anche:
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, un’odissea umana verso l’ignoto alla ricerca di un’ipotetica felicità. Cosa significa il concetto di “casa” per qualcuno che ha deciso di lasciare la sua? Come costruirsi un futuro, un’identità in un paese straniero che diventa poco a poco famigliare? Ma soprattutto, è ancora possibile tornare indietro? Karim Sayad affronta il delicato tema dell’esilio con uno sguardo nuovo, accattivante e poetico.

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Fahed, il cugino del regista, approda nel 2001 in Inghilterra, a Grimsby, con la testa piena di sogni. Quasi vent’anni dopo, nel 2018, nel bel mezzo di una crisi esistenziale e sentimentale, decide di cambiare rotta tornando a vivere in Algeria ma nulla andrà come previsto e i dubbi non tarderanno a farsi strada. La decisione è sofferta e mai completamente metabolizzata malgrado a Fahed sembri necessaria ed inevitabile. Due opzioni radicalmente differenti si profilano all’orizzonte: continuare a lavorare 50 ore alla settimana tra il ristorante di kebab di un compatriota e una fabbrica di elettrodomestici oppure tornare in Algeria, una nazione idealizzata che appare a Fahed come il nuovo Eldorado.

Con il suo secondo documentario, Karim Sayad osserva intensamente la vita del suo antieroe alle prese con i dilemmi di una vita che perdere poco a poco il suo significato. Dopo quasi due decenni passati in Inghilterra: un matrimonio che sembra ormai agli sgoccioli e un quotidiano fatto di duro lavoro e piccoli piaceri quotidiani (l’immancabile ritrovo con gli amici, anche loro lavoratori precari), Fahed si sveglia improvvisamente da un sogno che comincia a diventare incubo. L’incubo non è tanto rappresentato dalle difficoltà del suo quotidiano ma piuttosto dalla consapevolezza di non appartenere più veramente a nessun luogo. Imprigionato tra due culture: quella inglese, che ha lottato per assimilare (Fahed parla con un inconfondibile accento dell’Inghilterra del nord) e quella algerina, che guarda con nostalgia ma con la quale non riesce più veramente a fare i conti, Fahred sembra vivere perennemente in un limbo.

Costruito a capitoli, come un’opera drammatica dai risvolti inaspettati, Mon cousin anglais ci mostra in modo frontale le difficoltà di un uomo alla deriva che lotta per restare a galla. Sayad osserva ogni minimo dettaglio della vita di Kahrim, ne rivela le piccole ma significative sfumature, gli apparentemente fugaci ma intensi momenti di felicità ma anche i dubbi esistenziali che da inconfessabili si trasformano in grido silenzioso. “Quando eri in Inghilterra non eri lo stesso, non mi sembri per niente a tuo agio qui”, dice sconcertata la zia di Fahed dopo il suo rientro in Algeria. Chi è veramente Fahed? Cosa è diventato? La sua identità si limita forse a quella dell’immigrato che ha sacrificato tutto per una forse illusoria “integrazione”? Il regista, grazie anche a dei magnifici piani sequenza che sembrano fare eco ai dilemmi solitari di Fahed, non pretende rispondere a queste domande ma vuole piuttosto osservare senza giudizi un momento cruciale nella vita di suo cugino. Sorprendente e significativa è la presenza di una misteriosa volpe che appare ogni tanto, di notte, tra le strade deserte di Grimsby. Una metafora forse di una natura selvaggia che malgrado fuori posto trova comunque il modo di sopravvivere e perché no, di imporre la propria arricchente “diversità”.

Mon cousin anglais è prodotto dalla ginevrina Close Up Films, che si occupa anche delle vendite all’internazionale, con RTS.

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