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SAN SEBASTIAN 2019 Fuori concorso

Recensione: The Song of Names

di 

- Il film di chiusura di San Sebastián di François Girard è un dramma raffinato con protagonisti Tim Roth e Clive Owen, che racconta una storia di amicizia e musica

Recensione: The Song of Names
Clive Owen in The Song of Names

Il regista de Il violino rosso (1998) François Girard ha realizzato un racconto austero sull'amicizia che ha come sfondo la Seconda guerra mondiale e l'Olocausto. The Song of Names [+leggi anche:
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scheda film
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è un adattamento piuttosto noioso del pluripremiato romanzo di Norman Lebrecht, con performance superficiali da parte dei protagonisti Tim Roth e Clive Owen. Il film di chiusura del Festival di San Sebastián ha delle belle musiche firmate dal leggendario Howard Shore, ma questo non basta per attutire le noiose note della narrazione.

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L'azione inizia nel 1951. Sta per svolgersi un concerto, ma il celebre violinista Dovidl Rapoport non si presenta e scompare. Il suo migliore amico, Martin Simmons, è avvilito. La storia passa quindi al 1986, mentre Martin sta giudicando una competizione musicale a Newcastle, dove vede un concorrente usare la stessa tecnica che usava Dovidl. Questo momento scatena ricordi in Martin, che decide di scoprire cosa sia successo a Dovidl, un'ardua missione che lo porta a Varsavia e New York. L'azione salta continuamente avanti e indietro nel tempo, rivelando tramite flashback come Dovidl fu mandato in Inghilterra per vivere con la famiglia di Martin poco prima dell'inizio della guerra. Al padre di Martin fu chiesto di proteggere Dovidl e di addestrarlo al violino.

Gerran Howell interpreta Martin e Jonah Hauer-King incarna Dovidl tra i 17 e i 21 anni. A rappresentare i ragazzi nell’età compresa tra i nove e i 13 anni sono Misha Handley e Luke Doyle nei panni del prodigio del violino. Roth è Martin adulto e Owen il suo migliore amico.

Attraverso questa ricerca, Martin comincia a comprendere il trauma che Dovidl riuscì a nascondere a quell’epoca, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la Soluzione finale. Questa consapevolezza aiuta Martin a capire finalmente perché il giovane prodigio non si sia presentato al suo primo concerto tanti anni prima. Nel frattempo, molte altre domande vengono sollevate ma rimangono senza risposta. La qualità di produzione del film, in particolare le scene durante la guerra, è alta.

L'Olocausto è usato come scorciatoia per la tragedia. La conoscenza che lo spettatore ha degli orrori delle camere a gas crea una certa empatia per i personaggi, ma il regista non fa lo sforzo di generare empatia per le versioni più mature dei due protagonisti, visto che la storia è raccontata in flashback. Ciò che vediamo dalla loro infanzia non fornisce in realtà una giustificazione sufficiente del motivo per cui Martin avrebbe avuto così tanti problemi così tanto tempo dopo. Ancora più strano è il modo in cui Dovidl si mostra disposto a soddisfare i desideri di Martin quando finalmente si incontrano. L'idea di avere un obbligo nei confronti del padre di Martin non è stata sviluppata in modo sufficiente per rendere credibile il fatto che lo assecondi così rapidamente e facilmente. Owen non ha molto su cui lavorare, quindi forse è una buona cosa nascondere la sua monotona performance dietro la barba. Sembra un adattamento cinematografico che prende le scene dalla pagina ma ne perde il sentimento. L'ironia di tutto ciò è che questo è un dramma su un uomo che si rende conto con 35 anni di ritardo di non aver avuto abbastanza empatia per il suo amico d'infanzia. Il sentimento è reciproco, ma chiaramente non era questa l'intenzione del regista.

The Song of Names una produzione canadese-ungherese-britannica di Robert Lantos, Lyse Lafontaine e Nick Hirschkorn. Il film è presentato da Serendipity Point Films, Lyla Films, Ingenious Media e HanWay Films in associazione con Feel Films, Proton Cinema e Film House Germany. HanWay Films detiene i diritti internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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