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TRIESTE SCIENCE+FICTION 2019

Recensione: Sea Fever

di 

- L’eco-thriller fantascientifico della regista dublinese Neasa Hardiman ha un cast solido e una ottima regia ma la tensione drammaturgica non è sempre alta

Recensione: Sea Fever
Hermione Corfield in Sea Fever

Niamh Chinn Óir, ovvero 'Niam dai Capelli d’Oro, nella mitologia irlandese e celtica era la figlia di Manannan mac Lir, dio del mare e del tempo atmosferico, guardiano dell’Oltremondo. E’ il profetico nome del vecchio peschereccio in cui si imbarca Siobhán, la protagonista di Sea Fever, in selezione ufficiale del Trieste Science+Fiction Festival in anteprima europea dopo il passaggio al Toronto IFF. Diretto dalla sceneggiatrice e regista dublinese Neasa Hardiman - vincitrice di due Bafta e altri premi per le serie tv Happy Valley e Tracy Beaker Returns - Sea Fever è un thriller fantascientifico caratterizzato da un certo impatto emotivo e dallo scontato messaggio ecologico.

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Nel solido cast, la star danese Connie Nielsen, l’indimenticabile Lucilla de Il Gladiatore e più recentemente l’Hippolyta di Wonder Woman, qui nei panni di Freya, proprietaria della barca che con il marito skipper Gerard (lo scozzese Dougray Scott, Taken 3 [+leggi anche:
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) salpa nel mare a Ovest dell’Irlanda nella speranza di una pesca abbondante per poter pagare i debiti. Dell’equipaggio multiculturale fanno parte un giovane marinaio (Jack Hickey, Il Trono di Spade) e la zia (Olwen Fouéré, This Must Be the Place [+leggi anche:
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), un esperto macchinista siriano (Ardalan Esmaili, Domino [+leggi anche:
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) e il mozzo (Elie Bouakaze). Siobhán, impersonata dall’attrice britannica Hermione Corfield (Rust Creek) che sfoggia l’accento irlandese, è una brillante studentessa di biologia marina piuttosto schiva, incaricata dal suo professore di trascorrere una settimana sulla vecchia barca per analizzare il pescato. La ragazza ha i capelli rossi e incontra subito lo sfavore del superstizioso equipaggio. E quando in pieno Oceano Atlantico una creatura luminescente dagli enormi tentacoli bloccherà il peschereccio sarà lei a dover andare a dare un’occhiata sott’acqua (si sa, “i pescatori non nuotano”). La creatura si rivela bellissima ma piuttosto pericolosa, perché rilascia dei minuscoli organismi che infettano la preda (umana in questo caso) e la uccidono.

Sea Fever ha una curiosa affinità con il primo Alien, con il mare profondo al posto dello spazio: per la coraggiosa eroina protagonista, le implicazioni sulla maternità, la minaccia aliena, i piccoli mostri che crescono nei corpi, i rischi di un’invasione sulla terraferma, persino la piccola capsula di salvataggio finale che qui è un canottino di gomma. La performance degli attori è a ottimi livelli anche se non si crea mai una vera empatia con lo spettatore e la claustrofobica regia sostiene i circa 90 minuti di durata regalando alcune visioni affascinanti degli abissi (la fotografia è di Ruairí O'Brien). Ma la tensione drammaturgica non è sempre alta e le trovate sono già tutte già viste. La sceneggiatura è più tesa ad approfondire l’importanza della ragione scientifica che a spaventare l’audience.

Sea Fever è una coproduzione Irlanda-Svezia-Belgio-Regno Unito di Fantastic Films, Bright Pictures, Frakas Productions e Makar Productions. Vendite internazionali dalla statunitense Epic Pictures Group.

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