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GÖTEBORG 2020

Recensione: The Average Color of the Universe

di 

- La regista svedese Alexandra-Therese Keining offre un viaggio enigmatico e variopinto nel dolore e nella perdita attraverso lo spazio cosmico

Recensione: The Average Color of the Universe
Jennie Silfverhjelm in The Average Color of the Universe

Il calcolo scientifico del colore medio del cosmo, basato sulla luce proveniente da migliaia di galassie, costituisce la cornice di questa rappresentazione decisamente anticonformista di un viaggio attraverso il dolore e la perdita. In anteprima nella sezione Nordic Light del Göteborg Film Festival del 2020, The Average Color of the Universe [+leggi anche:
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vede la regista svedese Alexandra-Therese Keining (Hot Dog, With Every Heartbeat [+leggi anche:
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) avventurarsi nel regno del film sperimentale, collaborando con pochi selezionati dei suoi connazionali contemporanei, tra cui Mia Engberg (Belleville Baby [+leggi anche:
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). È un’aggiunta gradita e degna di nota.

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Praticamente una poesia cinematografica, The Average Color of the Universe si svolge in sette capitoli simili a strofe, ognuno dei quali rappresenta uno dei sette colori di base dello spettro. Le voci fuori campo che provengono dai documentari sulla fisica e l'astronomia fanno da intermezzo, a volte ascoltate dallo schermo di un televisore, a volte apparentemente provenienti dall'alto e/o altrove.

La protagonista principale è una giovane donna (Jennie Silfverhjelm, affidataria ed esperta di un missione difficile) che passa il suo tempo in quella che sembra una casa estiva in campagna o forse in un arcipelago. Chiaramente sconvolta, viene vista nel tentativo di inseminarsi con dello sperma congelato, passando all’autoerotismo e poi a lacrime di frustrazione. Le immagini di un uomo alquanto in preda al panico, di un allegro neonato e di medici che eseguono delicati interventi chirurgici su un tavolo operatorio permeano anch'essi il film. Mentre i capitoli si susseguono, è chiaro che molte delle immagini rappresentano il ricordato, il sognato o l'immaginato – tutto in una miscela prismatica, se vogliamo. Ma la donna in casa è reale, ed è tutta sola, dato che gli altri non ci sono più.

The Average Color of the Universe è una creazione coraggiosa, che affronta la perdita e il trauma in una modalità profondamente personale, in cui alcuni elementi potrebbero essere coerenti soprattutto con la creatrice stessa (o almeno richiedono di essere visti più volte). Detto ciò, si tratta di un film che probabilmente ha l’aspetto sperato e dice proprio quello che dovrebbe, mostrando enigmaticamente il suo schema cromatico codificato (non nell'ordine originale dello spettro, in questo caso) che lo spettatore (e sicuramente anche la protagonista) deve sbrogliare. Si verificano due brevi scene di dialogo, presumibilmente per fornire un’illuminazione; almeno una di esse, in realtà, sembra un po’ ridondante. Il nome stesso del colore medio dell’universo del titolo è geniale e delizioso: latte cosmico.

The Average Color of the Universe è stato prodotto dalla società svedese Sheakartellen. TriArt Film AB si occupa della distribuzione nazionale.

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(Tradotto dall'inglese da Chantal Gisi)

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