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BERLINALE 2020 Concorso

Recensione: Irradiés

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- BERLINALE 2020: Rithy Panh fa un'osservazione implacabile dell'uomo, il male e la distruzione nel XX secolo in questo documentario sofisticato, uno sbalorditivo poema metafisico dell'era atomica

Recensione: Irradiés

"Guarda ancora una volta, cento volte", "Bisogna ripeterlo perché il male sta diventando sempre più profondo". Ben noto per i suoi documentari di esplorazione catartica multidimensionale del genocidio perpetrato in Cambogia dai Khmer rossi, Rithy Panh è un sopravvissuto la cui intera opera è contrassegnata dall'imperativo bisogno di guardare l'orrore negli occhi, "di cercare le cause, di creare immagini imperfette per cambiare il mondo".

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, la sua nuova impressionante opera presentata in concorso alla 70ma Berlinale, è "la rivelazione di un tempo chiamato distruzione, una porta che nessuno può chiudere" che il regista affronta, attraversando tutta la storia mondiale del XX secolo in una implacabile successione di immagini d’archivio terribili, sofferenze incrociate, cadaveri accatastati, teste mozzate, città in fiamme, terre devastate. Coventry, Dresda, Le Havre, Verdun, Ruanda, Birkenau… Non c’è scampo da questo vortice di immagini che sembrano confermare la presa che l'oscurità ha sull'anima umana, e il cui acme, agli occhi del regista, si è manifestato il 6 agosto 1945 con la bomba atomica che rase al suolo Hiroshima ("nel punto più alto del cielo", "il tuono che quasi ribalta la Terra", "la morte è invisibile nel cielo, la morte è efficace", "abbiamo dominato l'energia dell'universo").

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Accompagnato da un testo molto letterario e di alta qualità, al contempo poetico e metafisico, con due voci, una femminile (quella di Rebecca Marder) e l'altra maschile (André Wilms) che dialogano, Irradiés espone senza alcuna concessione il potere moderno dell'ombra e del nulla. Perché se "tutta la forza deve essere esercitata" e se "l'imperatore lancia la sua torcia sulla propria città", "la saggezza moderna: uccidere da lontano", "gli esperimenti scientifici segreti", "l’astrazione", "una bella idea su una pagina, in un laboratorio" hanno aperto alla morte e al male prospettive molto vaste, con "soldi e pietre preziose" come motori.

Fungo atomico, fosse comuni, piramidi di ossa, impiccagioni, infanzie profanate, da Hitler a Mao, dalla giungla alle città: Rithy Panh affonda il coltello sempre di più, giocando con le possibilità dell’impostazione stilistica del film: il trittico (che ovviamente simboleggia anche tutte le trinità spirituali che conosciamo). Tre immagini distinte, o due sezioni esterne simili che inquadrano una sezione centrale diversa, o anche una singola immagine che unisce le tre parti dello schermo: il processo, a volte accompagnato da sovraimpressioni, consente al regista di intensificare o attenuare la violenza a volte inaudita del materiale d’archivio (filmati o foto) proiettato, con un montaggio virtuoso che rende sopportabile la brutalità dell'insieme.

Sbalorditivo e più che edificante, questo accumulo di atrocità porta quasi al limite della saturazione e paradossalmente, una sorta di banalizzazione del male e assuefazione minacciano di impadronirsi dello spettatore. Ma per fortuna, un finale particolarmente commovente inietta un po' umanità in questo buio totale e in questo profondo pessimismo, grazie a un estratto di Cronaca di un’estate di Jean Rouch e Edgar Morin (1961) in cui il defunto Marceline Loridan-Ivens cammina per Parigi evocando i suoi ricordi della deportazione.

A dir poco sconvolgente, il film (scritto dal regista con Agnès Sénémaud e Christophe Bataille) nasconde una terribile ambizione poiché "dire che sono sopravvissuto è una cosa impossibile, ma dobbiamo vivere e avvicinarci a questa irradiazione". Per quanto radicale e personale ("la ferita è così acuta che ha portato via tutto. Non dobbiamo filmare in pace"), Irradiés rimarrà senza dubbio un lavoro importante.

Prodotto dalla società parigina Catherine Dussart Production (CDP) e coprodotto da France 3 Cinéma e Anupheap Production (Cambogia), Irradiés è venduto nel mondo da Playtime.

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(Tradotto dal francese)

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