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SARAJEVO 2020

Recensione: Homecoming - Marina Abramovic and Her Children

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- Il documentario del regista serbo Branko Miljković sulla vita, la carriera e la mostra retrospettiva del 2019 a Belgrado della famosa artista, è un biopic televisivo quasi artistico

Recensione: Homecoming - Marina Abramovic and Her Children

L'artista serbo-montenegrina Marina Abramovic, una delle figure chiave della performance art che ha contribuito a rendere popolare, è il soggetto del nuovo documentario Homecoming - Marina Abramovic and Her Children, diretto dal regista serbo Boris Miljković. In sostanza più una biografia televisiva che un vero e proprio documentario, è un panegirico artificiale della grande artista il cui lavoro è sempre stato istintivo, introspettivo, politico e critico – tutto ciò che questo film non è.

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Presentato in anteprima mondiale nella sezione Summer Screen del Sarajevo Film Festival, sarà probabilmente selezionato da molti altri festival per i loro programmi di arte e cultura, e il suo futuro televisivo è garantito. Ma coloro che si aspettano un'esplorazione approfondita del lavoro dell'artista o uno sguardo onesto alla sua personalità rimarranno delusi.

La narrazione è strutturata in modo tale da parlare della mostra retrospettiva di Abramovic "The Cleaner", che è stata allestita a Belgrado nel 2019, a seguito di una decisione controversa che ha visto il governo serbo – non esattamente famoso per il suo sostegno all'arte e alla cultura – elargire 1,3 milioni di euro per questo evento, cosa che all'epoca infiammò i media e l’opinione pubblica.

La voce fuori campo usata nel film è quella di Abramovic, che legge dal suo libro di memorie del 2016 "Walk Through Walls", e inizia con il suo ben noto disprezzo per il suo paese natale, la Jugoslavia, e la sua dura e spietata madre. Una ricchezza di materiali d'archivio, oltre alle conversazioni con il regista mentre i due siedono in macchina, servono come sfondo per la storia di Abramovic. Parallelamente, un gruppo di giovani artisti provenienti da tutto il mondo – i "figli" di Abramovic del titolo – si preparano per riproporre le sue opere per la mostra di Belgrado, in una cornice idilliaca sul fiume Drina.

Nell'unico momento autenticamente documentario del film, Abramovic visita il vecchio appartamento dei suoi genitori nel centro di Belgrado. Quando una signora che ora vive lì apre la porta, l’artista entra in un’ampia stanza e parla della sua infanzia, mentre tutto intorno a lei è sfocato, rendendo la visione sconcertante; una sorta di incubo in stile snapchat.

Ma quello che scoprono qui coloro che non hanno letto il suo libro di memorie o le sue interviste è che i suoi genitori facevano parte della borghesia comunista, e mentre lei è stata abusata in casa, ha certamente condotto una vita protetta in una Jugoslavia che ha ripetutamente descritto come un inferno autoritario. Quando racconta come, negli anni '70, fece le valigie e semplicemente salì su un treno per Amsterdam (nessun visto richiesto, nessuna guardia di frontiera che la fermasse), è difficile percepirla come un'artista dissidente che lotta per la libertà.

Sebbene non tutti i documentari debbano essere critici nei confronti del soggetto – specialmente uno coprodotto dalla società dello stesso soggetto – i problemi maggiori sono nel modo in cui questo è realizzato. Il pubcaster serbo RTS ha offerto alla produzione un supporto tecnico sostanziale e il regista ne trae il massimo vantaggio, utilizzando costantemente steadicam, dolly e droni, con la telecamera che gira interminabilmente e insopportabilmente attorno a tutto ciò su cui si focalizza. Questo, insieme all'uso eccessivo del ralenti e di una una musica di pianoforte riverberata, pone il film saldamente nel territorio televisivo – e non in senso positivo.

Homecoming - Marina Abramovic and Her Children è una coproduzione della serba Action Production e di Abramović LLC, con sede a New York. Taskovski Films detiene i diritti internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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