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DOK LEIPZIG 2020

Recensione: Children

di 

- Il documentario della regista israeliana Ada Ushpiz ci immerge nei mondi intimi dei bambini palestinesi attraverso una storia di giovani rinchiusi nelle carceri israeliane

Recensione: Children

La regista Israeliana Ada Ushpiz torna in competizione al Concorso Internazionale del DOK Leipzig, 20 anni dopo aver vinto il premio più importante, il Golden Dove, grazie al suo film Detained. Nuovamente ambientata in Palestina, la sua nuova produzione, Children [+leggi anche:
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scheda film
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, si concentra su un aspetto della vita nei territori occupati particolarmente emotivo e che fa riflettere.

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Nel 2015, la Ushpiz lavorava come giornalista per Haaretz, quando l’Intifada dei coltelli è scoppiata. La maggior parte dei bambini che la guidavano e che attaccavano i soldati israeliani con dei coltelli, sono finiti in prigione, molti invece vennero uccisi – 56 di loro solo nel 2019.

Il film si apre con una delle scene più memorabili di tutta la produzione di documentari di quest’anno. Dima, una bambina di 12 anni della Cisgiordania meridionale, viene rilasciata dalla prigione. Oltre che da sua madre, suo padre e da sua sorella maggiore, viene accolta anche da un gruppo di giornalisti con telecamere e microfoni, che le sciamano attorno in cerca di una dichiarazione politica. Ma ovviamente, la ragazzina sotto shock non è in grado di rilasciarne una: ha solo 12 anni e l’unica cosa che vuole è stare con la sua famiglia.

La nostra seconda protagonista è Dareen, una bambina di 6 anni che vive accanto a dei vicini israeliani e la cui scuola è sotto l’egida del ministro dell’Istruzione del paese. È qui che impara la storia della Palestina da libri israeliani, e una delle scene più profonde del film è quella in cui in cui gli studenti scoprono che alcune pagine sono state lasciate in bianco e i loro amati ed attenti insegnanti li incoraggiano a pensare con la propria testa.

La via in cui vive Dareen è costantemente controllata dai soldati israeliani che suo padre – un uomo orgoglioso, ma pacifico e ragionevole – affronta poiché infastidiscono i ragazzini del vicinato. La tensione sale, e ad un certo punto, il fratello adolescente di Dareen viene colpito sul viso con dello spray al peperoncino, e questo fa scoppiare in lacrime la bambina.

Un altro protagonista dinamico è una vera e propria star di internet con 330.000 seguaci su Facebook, l’undicenne Janna Jihas, che si autodefinisce come la più giovane giornalista al modo e fa uso della sua popolarità per sensibilizzare riguardo la situazione nel suo paese. Diventa velocemente amica di Dima, e la scena in cui le due fanno un pigiama party ci mostra le differenze tra il punto di vista di una persona informata sul mondo come Janna, che crede che non tutti gli ebrei siano cattivi, e di una bambina la cui opinione è plasmata dalla comunità.

Ci sono molti dettagli nel film che riguardano questioni politiche, sociali e dei diritti umani, ma la Ushpiz non si esprime mai in maniera diretta. Nel corso dei 128 minuti del film, la regista ci mostra il modo in cui vivono e pensano i bambini, e sebbene alcuni di loro siano molto espliciti ed attivi poiché resistono all’occupazione, vogliono comunque le semplici cose che ogni bambino desidera: andare a scuola, uscire con gli amici, la possibilità di nuotare finalmente in mare.

Ushpiz è riuscita a costruire una stretta connessione tra Dima, Dareen e le loro famiglie, e per questo li filma molto all’interno delle loro case. Immortala relazioni e dinamiche che immergono lo spettatore nel mondo dei bambini. La durata del film è lunga per essere un classico documentario, e l’esperienza di visione lo riflette chiaramente, ma chissà se senza un approccio così attento e meticoloso la produzione avrebbe ugualmente raggiunto l’effetto desiderato. La vita non è di certo semplice per i bambini palestinesi, e un film sulle loro vite non è una passeggiata, neppure per gli spettatori.

Children è una coproduzione tra Ushpiz e la società Cinephil di Tel Aviv, la quale detiene anche i diritti internazionali.

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(Tradotto dall'inglese da Chiara Morettini)

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