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BLACK NIGHTS 2020 Concorso Opere prime

Recensione: The Translator

di 

- Rana Kazkaz e Anas Khalaf raccontano la turbolenta storia recente della Siria in un thriller pieno di azione che riecheggia Costa-Gavras

Recensione: The Translator

Presentato al Festival Black Nights di Tallinn nel concorso opere prime, The Translator [+leggi anche:
intervista: Rana Kazkaz e Anas Khalaf
scheda film
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è un thriller in stile Costa-Gavras. La Primavera araba e le tattiche del presidente Bashar al-Assad per rimanere al potere fanno da sfondo a questa storia di colpa, esilio e famiglia dei registi esordienti Rana Kazkaz e Anas Khalaf, che a loro volta sono fuggiti dalla Siria, piuttosto che vivere sotto il regime di al-Assad.

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La premessa centrale è così ben pensata e credibile che è sorprendente che sia inventata. Alle Olimpiadi di Sydney del 2000, Sami (Ziad Bakri, protagonista del premiato cortometraggio dei due registi Mare Nostrum) lavora come interprete per la squadra olimpica siriana composta da 14 membri. Quando un giornalista chiede a un pugile il suo parere sulla successione di Bashar al-Assad a suo padre, il presidente Hafez al-Assad, il combattente ripete ciò che il supervisore ufficiale siriano gli dice di dire. Tuttavia, Sami fa un piccolo errore nella sua traduzione, e questo lo porta a restare in esilio in Australia. Il potere delle parole e la necessità di riportare la verità sono temi centrali nel film, quindi è particolarmente intrigante che i registi inizino mostrando l'incapacità del protagonista di rispettare questo principio di base del reportage.

Passa un decennio, e le immagini della Primavera araba e delle manifestazioni nella città natale di Sami iniziano a perseguitarlo. Quando suo fratello scompare, Sami decide che deve tornare "a casa" per cercare di scoprire la verità e alleviare alcuni dei sensi di colpa che prova per aver vissuto una vita agiata in Australia, mentre i suoi vecchi amici e la sua famiglia scendono in strada.

Mentre la frenetica introduzione al film e ai suoi temi sembra eccessivamente guidata dalle esigenze della narrazione e della trama, i registi trovano un ritmo migliore una volta che Sami atterra in Siria, dove sono in corso manifestazioni per i diritti umani. Questo non vuol dire che il brivido cessi: The Translator continua ad essere un thriller con una trama fitta di colpi di scena che coinvolgono giornalisti, avvocati, amicizie spezzate e famiglia, e c'è persino un sorprendente cameo della regista araba Annemarie Jacir nei panni di una manifestante picchiata.

È anche degno di nota vedere una storia ambientata in Siria raccontata come un film di genere, piuttosto che uno sconvolgente dramma sui rifugiati o un documentario straziante. Sebbene i risultati siano talvolta irregolari, il film fa un ottimo lavoro nel mettere in relazione il senso di confusione, paura e speranza dell'epoca, aiutato dalla fotografia di Éric Devin (che ha anche girato il film ambientato in Siria The Day I Lost My Shadow [+leggi anche:
recensione
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intervista: Soudade Kaadan
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, di Soudade Kaadan, premiato con il Leone del futuro di Venezia per la miglior opera prima).

Come Missing di Costa-Gavras, The Translator si preoccupa di evidenziare come la guerra viene riportata e come la verità è spesso negli occhi di chi guarda. I momenti più forti di The Translator sono quando vira verso dichiarazioni stimolanti sul potere della protesta pacifica. Il colpo di grazia del film viene assestato quando cinque Stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite devono rendere conto non solo dei loro fallimenti sulla Siria, ma anche del modo in cui riportano e trattano le manifestazioni pacifiche nei loro paesi.

The Translator è una coproduzione siriano-franco-svizzera-belga-qatariota guidata da Georges Films e Synéastes Films, in coproduzione con Tipi’mages Productions, Artémis Productions, Arte France Cinéma, RTS-Radio Télévision Suisse, SRG SSR, Ad Vitam, Proximus e Shelter Prod. Le vendite internazionali sono guidate da Charades.

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(Tradotto dall'inglese)

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