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FANTASIA 2022

Recensione: Megalomaniac

di 

- Karim Ouelhaj firma una fantasmagoria decisamente cruenta ma esteticamente sorprendente che sonda le profondità più oscure dell'anima umana

Recensione: Megalomaniac
Benjamin Ramon in Megalomaniac

Karim Ouelhaj ha presentato questa settimana in anteprima mondiale e in Concorso ufficiale al Festival Fantasia di Montreal il suo quarto lungometraggio, Megalomaniac. Il cineasta belga si era fatto conoscere nel 2005 con il suo primo lungometraggio, Parabola [+leggi anche:
recensione
scheda film
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, selezionato alle Giornate degli Autori di Venezia. Il film è la prima parte di una trilogia sociale (composta anche da Le Repas du Singe e Une réalité par seconde) sullo sfondo della violenza contro le donne. Nel 2016, il suo cortometraggio L’Œil Silencieux ha vinto il prestigioso Méliès d'or al Leeds International Film Festival.

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Con Megalomaniac, il regista consegna una fantasmagoria da incubo che evoca il fantasma di uno dei criminali belgi più terrificanti, lo scuoiatore di Mons, un mostro anonimo che imperversava negli anni '90, mai identificato. La sua firma? Una predilezione per le donne sole e vulnerabili, fatte a pezzi e messe in sacchi della spazzatura abbandonati ai margini della strada. Un macellaio, insomma.

Ed è proprio con una macellazione che il film inizia, o meglio, con un parto singolarmente violento. Tremiamo accanto a una madre dagli occhi iniettati di sangue, un padre dagli occhi spaventosi, un ragazzino a cui viene affidato il bambino. Karim Ouelhaj ha immaginato il destino impossibile dei discendenti dello scuoiatore di Mons.

Cosa si eredita dai mostri, cosa ci trasmettono? Ci lasciano in eredità un destino di carnefice, di vittima? Martha vive con il fratello assente in una casa destinata a essere infestata dai fantasmi. Capiamo subito che non è solo la casa ad essere infestata dai fantasmi. Lo è anche lo sguardo di Martha. Giovane donna a disagio con se stessa, come ostacolata dal suo stesso corpo, è bersaglio di umiliazioni e violenze, e forse ancor peggio, dell'indifferenza dei suoi colleghi di lavoro. Suo fratello Felix, così pallido che si arriva a dubitare che sia davvero vivo, si aggira come se fosse il legatario riluttante di un'eredità che lo travolge.

Megalomaniac è un film viscerale sotto molti aspetti: viscerale nel modo in cui abbraccia l'orrore, espone i corpi; viscerale nel suo modo di esplorare le paure più profonde e irragionevoli dell'uomo. Da un punto di vista estetico, il regista e il suo direttore della fotografia François Schmitt compongono una successione di quadri gore sublimi quanto ripugnanti, memorabili e affascinanti. Sul piano narrativo, attraverso il destino contrastato delle vittime dello scuoiatore, ma anche di Marta, vittima che opera un'irresistibile mutazione per trasformarsi in carnefice, il film affronta il modo in cui il corpo delle donne viene oggettivato, frammentato, sacrificato dalla predazione costante a cui è soggetto. E attraverso li tentativi di resistenza di Felix, che tuttavia soccombe agli impulsi che ha ereditato, il film illustra anche il modo in cui gli uomini possono essere schiacciati da un sistema letale.

Si tratta dunque di un'allegoria all'emoglobina del vortice patriarcale che spazza via tutto sul suo cammino e che si dipana nei corridoi e nelle stanze a persiane chiuse di questa casa dell'orrore, guidata dall'intensa performance di Eline Schumacher, una sorta di Elisabeth Moss belga, che oscilla tra deliri schizofrenici e confessioni terrificanti, distillando alcuni tocchi di umorismo nero e agghiacciante. Al suo fianco, Benjamin Ramon incarna Felix, un fratello morto-vivente incredibilmente convincente.

Megalomaniac è prodotto da Okayss e Les Films du Carré. Le vendite sono gestite da XYZ Films per il Nord America e Media Move.

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(Tradotto dal francese)

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