email print share on Facebook share on Twitter share on reddit pin on Pinterest

LOCARNO 2022 Cineasti del presente

Recensione: Astrakan

di 

- David Depesseville presenta il suo primo lungometraggio, un film sull’adolescenza dai toni cupi, quasi funesti fra impressionismo e crudele realismo

Recensione: Astrakan
Mirko Giannini in Astrakan

Presentato in prima mondiale nel Concorso Cineasti del presente del Locarno Film Festival, Astrakan [+leggi anche:
trailer
scheda film
]
di David Depesseville mette in scena il quotidiano di un preadolescente, Samuel (interpretato da Mirko Giannini) dal torbido passato. Complesso, per non dire enigmatico, il personaggio principale del film sembra abitato da un’oscurità che si trasforma progressivamente in voragine. Incapace di esprimere verbalmente il disagio che sente, Samuel trasuda (i liquami corporei sono al centro del film), vomita quello che non riesce più a contenere, lascia che il corpo parli al posto suo. Vertiginoso ed ambiguo, Astrakan ci trasporta, fra crudo realismo ed evocazioni surrealiste, nell’intimità di un ragazzino smarrito.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Sebbene Samuel abbia solo dodici anni il suo passato è già tristemente ricco. Orfano di entrambi i genitori: il papà sembra essere stato ucciso dalla polizia mentre della mamma non si sa nulla, il giovane protagonista del film è stato affidato a Marie (interpretata dall’attrice e cantante Jehnny Beth) e Clément (Bastien Bouillon) che se ne prendono cura come possono senza avere la formazione sufficiente, o per lo meno l’esperienza necessaria per capirne il disagio. I genitori affidatari, che hanno già due figli: Alexis e Dimitri, non nascondono di aver bisogno dei soldi che l’assistenza sociale gli versa per occuparsi di Samuel. Un pragmatismo che non gli impedisce però di attaccarsi a lui, in modo maldestro ma sincero. Quello a cui assistiamo è l’integrazione del protagonista alla sua nuova famiglia che comprende tra i suoi membri uno zio giovane ed ambiguo che scatena in Samuel fantasmi difficili da tenere a bada. Al di là del bene e del male, due concetti che a volte sembrano fondersi nella sua testa, Samuel non è che un bambino disorientato che reagisce al mondo che l’attornia con le sole armi di cui dispone: la dissimulazione e l’espressione di una violenza che ha sempre fatto parte della sua vita.

Sebbene la storia ricordi universi cinematograficamente iper realisti quali quello dei fratelli Dardenne, il film se ne discosta mostrando a sprazzi un lato metaforico dai toni quasi barocchi, rappresentazione visiva del turbine emotivo che abita Samuel. Eppure la forza del film risiede proprio nell’aridità della messinscena, nei momenti in cui il viso del protagonista si impone davanti alla cinepresa in tutta la sua oscura semplicità, rivelando un universo interiore difficile da decifrare. L’insistenza su immagini metaforiche, emblematica la scena finale accompagnata da un’imponente partizione di musica classica in cui il regista sembra ripercorrere il film a ritroso dal solo punto di vista del giovane protagonista, è a volte superflua, eccessiva. È infatti nel suo bressoniano realismo, nella scelta calibrata degli attori e dei decori naturali che li accolgono, che il film si rivela più potente.

Astrakan va ben oltre il resoconto preciso di quel periodo ambiguo e vortiginoso che è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza facendosi carico di un tema molto delicato che è quello della pedofilia. Un tema filtrato attraverso lo sguardo di un preadolescente smarrito, occupato a sopravvivere ad un passato, ma anche ad un presente, che cerca con tutte le sue forze, in modo impacciato, di decodificare.

Astrakan è prodotto da Tamara Films.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Privacy Policy