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BERLINALE 2024 Concorso

Recensione: Pepe

di 

- BERLINALE 2024: Del film di Nelson Carlo De Los Santos Arias, il suono particolare che emette l'ippopotamo del titolo è la sola cosa che rimane in testa dopo la proiezione

Recensione: Pepe

È difficile dire se Pepe [+leggi anche:
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, il lungometraggio di Nelson Carlo De Los Santos Arias che concorre per l'Orso d'Oro alla 74ma edizione della Berlinale, sia uno di quegli scherzi cinematografici che alla lunga stancano, un'analisi seria ma non convenzionale del capitalismo e del colonialismo, o qualcosa che può essere descritto solo come una rivendicazione della proprietà della propria storia. Ma qualunque cosa sia, purtroppo, è riuscita solo a metà.

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Il protagonista Pepe è un ippopotamo che è stato rapito nelle acque di un fiume della Namibia da Pablo Escobar, per capriccio del signore della droga. L'animale è stato battezzato così dalla stampa colombiana, dopo essere fuggito e aver vagato liberamente nel fiume Magdalena. Il regista dà all'ippopotamo una voce e molti dubbi esistenziali: sentiamo Pepe indulgere in monologhi sulla sua esistenza ed emettere un suono strano, qualcosa tra un grugnito, un ruggito e una risata minacciosa, da cartone animato.

Inizialmente Pepe parla afrikaans, poi spagnolo, assumendo la lingua dei colonizzatori – quelli che hanno invaso l'Africa sud-occidentale e quelli che hanno colonizzato la Colombia e che lo hanno rapito. Sembra quindi che Pepe si aggiunga alla sfilza di film che trattano il tema del colonialismo e danno voce a coloro che sono stati oppressi e messi a tacere con la forza. Si inserisce anche in una delle tendenze del cinema d'autore: il dibattito su chi debba raccontare le storie di chi. In questo caso, Pepe l'ippopotamo non è solo il soggetto del film, ma anche uno dei suoi narratori.

Per quanto il concetto sembri fresco e originale all'inizio, poi i personaggi umani si aggiungono alla storia e, ovviamente, la rovinano. Osserviamo gli scagnozzi di Escobar che trasportano Pepe alla sua hacienda, gli abitanti dei villaggi che incontrano e cacciano l'animale, e ci sono persino turisti che vengono in Africa per osservare gli animali e che imparano cose sugli ippopotami (corrono più veloci degli umani!) dalla guida e da un autista di autobus locale. Anche questa breve sequenza mostra come gli europei pensino ancora all'Africa come a un luogo in cui divertirsi, e fotografare un ippopotamo viene mostrato come un gesto simile ad appropriarsi dell'animale.

Tutte queste scene contribuiscono alle due ore di durata del film, che a metà inizia a trascinarsi, soprattutto quando Pepe scompare dallo schermo e nuota via per espletare i suoi bisogni da ippopotamo. Cambiare la macchina da presa – non importa se una 16 mm o digitale – per concentrarsi su cacciatori e oppressori, trasformando l'animale in selvaggina, rende il film di nuovo convenzionale e sembra che stia perdendo la bussola.

C'è anche la possibilità che Pepe sia solo uno scherzo cinematografico, ma anche questi richiedono un certo ritmo e una narrazione frenetica. E per quanto il suono emesso dall'ippopotamo continui a risuonare nel cervello molto tempo dopo l’accensione delle luci in sala, tutto il resto si confonde e svanisce molto più rapidamente di quanto qualsiasi regista umano vorrebbe.

Per inciso, durante il secondo giorno della Berlinale, un'enorme giraffa è scappata dallo zoo locale e ha interrotto i servizi della S-Bahn. Forse ha sentito il richiamo di Pepe?

Pepe è una coproduzione tra Repubblica Dominicana, Namibia, Germania e Francia, guidata da Monte y Culebra, Joe Vision Production CC, Pandora Filmproduktion e 4 A 4 Productions. Le vendite mondiali non sono state ancora assegnate.

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(Tradotto dall'inglese)


Photogallery 21/02/2024: Berlinale 2024 - Pepe

5 immagini disponibili. Scorri verso sinistra o destra per vederle tutte.

Nelson Carlos De Los Santos Arias, Jhon Narvaez, Fareed Matjila, Nahuel Palenque, Pablo Lozano, Tanya Valette
© 2024 Dario Caruso for Cineuropa - dario-caruso.fr, @studio.photo.dar, Dario Caruso

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