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IFFR 2025 Harbour

Recensione: Strandzha

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- Nel suo primo documentario, Pepa Hristova cerca di condurre uno studio sul campo in una pittoresca regione montuosa della Bulgaria, dove antichi rituali si mescolano alla politica attuale

Recensione: Strandzha

Dopo aver vissuto fuori dalla sua Bulgaria per 27 anni e aver coltivato un’identità a cavallo tra culture e luoghi, Pepa Hristova, fotografa di lunga data e ora esordiente nel mondo del cinema, sembra aver adottato lo sguardo di un’osservatrice distaccata – abbastanza curiosa da scoprire peculiarità che a prima vista passano inosservate, ma anche di una passante abituata a cogliere solo i momenti salienti e a proseguire per la propria strada. Il suo primo lungometraggio, Strandzha, che ha appena celebrato la sua anteprima mondiale nella sezione Harbour dell’International Film Festival Rotterdam, intreccia istantanee di luoghi e personaggi suggestivi: una natura selvaggia abitata da emarginati, fuorilegge e temerari che danzano sulle braci; persone al limite in un territorio di confine. Il film passeggia attraverso vari micro-mondi senza penetrarvi, ritrae esseri umani e circostanze senza interagire veramente con essi, e accenna a temi senza approfondirli. Come una flâneur con una macchina da presa, Hristova vaga alla ricerca di momenti fugaci che catturino la sua attenzione e quella degli spettatori, solo per poi svanire rapidamente dalla memoria.

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Se proprio si può parlare di una narrazione, questa oscilla tra la scomparsa di una foresta sul monte Strandzha in Bulgaria a causa del disboscamento illegale, pianto da un ex soldato; un sanatorio psichiatrico per adulti abbandonati che non hanno nessuno su cui contare se non quella struttura fatiscente; i resti di un edificio in rovina frequentato dai giovani del posto; il confine esterno dell’UE tra Bulgaria e Turchia, segnato da un’alta recinzione metallica ma in qualche modo attraversato dai rifugiati. Le storie, che prendono forma attraverso dialoghi provocati o ascoltati per caso, sembrano più che altro frammenti che sfiorano la superficie del passato e delle tradizioni locali senza mai fornire approfondimenti su alcun contesto, e questo nonostante l’ambizione del film, espressa nella sinossi, di “incarnare il trauma, la forza spirituale e la storia senza tempo di un luogo che trascende il tempo e i confini”.

Forse a causa dell’atteggiamento della regista – che sembra più animata da una curiosità superficiale che da un sincero desiderio di comprendere – l’approccio nei confronti delle persone che entrano nell’inquadratura è eticamente discutibile. Le donne dell’ospedale psichiatrico, travestite da samodivas, le ninfe della foresta locali, e i camminatori sul fuoco noti come nestinari, rimangono dettagli esotizzati senza ulteriori approfondimenti. Nel frattempo, l’ex soldato viene sorpreso o indotto ad ammettere davanti alla telecamera di aver ucciso dei migranti in cambio di un permesso dall’esercito, prima di riapparire ubriaco verso la fine del film. Rivelando in questo modo le sue confessioni e le sue circostanze vulnerabili, il film infrange una regola non scritta ma fondamentale del cinema documentario: una persona “caduta in disgrazia” non dovrebbe essere semplicemente messa a nudo, poiché la dignità di chi si trova davanti alla telecamera è sacra e deve essere in qualche modo preservata.

A prescindere dalle immagini accattivanti del film, con la vegetazione abbagliante e le mucche al tramonto, nonché da un ritmo meditativo che potrebbe addormentare l’attività cerebrale, ci si chiede inevitabilmente se avessimo davvero bisogno di un altro film che ritrae i margini dei Balcani senza offrire alcun punto di vista nuovo, limitandosi a ripetere schemi già consolidati. Strandzha è chiaramente rivolto a spettatori che non conoscono la regione, eppure non riesce a illuminarli più di tanto, come se la stessa troupe avesse imparato ben poco durante il processo di realizzazione, al di là delle precedenti ricerche teoriche sul luogo. La location rimane praticamente anonima, il film privo di impatto e il pubblico indifferente.

Strandzha è una coproduzione tra la tedesca Fünferfilm e la bulgara Agitprop.

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(Tradotto dall'inglese)

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