email print share on Facebook share on Twitter share on LinkedIn share on reddit pin on Pinterest

NAMUR 2025

Recensione: Cap Farewell

di 

- La regista belga Vanja d'Alcantara firma un dramma familiare ispirato al cinema noir e incentrato sull'emancipazione femminile

Recensione: Cap Farewell
Matteo Simoni, Aelis Mottart e Noée Abita in Cap Farewell

Apprezzata per il suo primo lungometraggio, Beyond the Steppes (presentato in concorso a Locarno), la storia di una donna deportata ai confini della Siberia in piena Seconda guerra mondiale, e poi con Le Coeur régulier [+leggi anche:
recensione
trailer
scheda film
]
, la storia di una sorella partita a ritrovare il fratello fuggito in Giappone, la cineasta belga Vanja d’Alcantara torna non più con un racconto di partenza, bensì di ritorno. Cap Farewell [+leggi anche:
intervista: Vanja d’Alcantara
scheda film
]
, proiettato in prima mondiale nell’ambito del Festival internazionale del cinema francofono di Namur, segue il percorso di emancipazione di una giovane donna che cerca il giusto posto nella sua genealogia, tra sua madre e sua figlia.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Toni (Noée Abita), poco più che ventenne, esce di prigione, dove si capirà presto che ci è finita più per lealtà che per colpa. Quando arriva il momento di riabbracciare la sua bambina, Anna (Aelis Miottart), cresciuta da Betty, sua nonna (Pascale Buissières), si interroga sul suo ruolo e sul suo posto nella sua famiglia e nella società. Mentre lavora nel ristorante dello zio Frank (Olivier Gourmet), la cui probità lascia a desiderare, fatica a riallacciare i rapporti sia con la figlia sia con la madre, che si sente alienata da questo ritorno al nido che le toglie la nipotina. E poi c’è l’amore, che, come il carcere, le resta addosso. Quando torna Max (Matteo Simoni), il suo grande amore e complice, Toni perde di vista il cammino che si era tracciata. Divisa tra le sue aspirazioni di figlia, di madre e di donna, cammina su un filo, costantemente minacciata di ricadere.

Si può fuggire dal proprio passato? Si può ricostruire sulle ceneri? E soprattutto, come rifarsi una vita dopo il carcere, quando la privazione della libertà corrisponde anche a una privazione di strumenti per crescere? Incarcerata quando è ancora quasi adolescente, Toni esce con la stessa rabbia, la stessa foga e, probabilmente, anche la stessa avventatezza. Intrappolata nei suoi schemi distruttivi, rischia di ripetere gli stessi errori. Vanja d’Alcantara utilizza gli strumenti del noir, con malviventi e colpi bassi, per sfiorare l’idea di una predestinazione tragica, messa tuttavia in discussione dai legami che intesse tra tre generazioni di donne che si oppongono per sostenersi meglio.

Noée Abita incarna una Toni ancora ancorata a una postura adolescenziale, mossa da un’energia ribelle da incanalare per trovare la sua strada, assumendo l’immaturità di un personaggio le cui motivazioni appaiono spesso scomode. Se la rappresentazione dell’ambiente criminale in cui si muove non sfugge agli stereotipi, così come la storia d’amore che vi si dispiega, la relazione ruvida tra le due madri, messa in equilibrio dallo sguardo della bambina, restituisce una visione plurale della maternità.

Cap Farewell è prodotto da Iota Production (Belgio), e coprodotto dall’ACPAV (Canada) e Volya Films (Paesi Bassi).

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

(Tradotto dal francese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Privacy Policy