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ZURIGO 2025

Recensione: The Beauty of the Donkey

di 

- Attraverso una parte di rievocazione e una parte di scoperta storica, Dea Gjinovci esamina le cicatrici dell'esilio del padre dal Kosovo, tornando con lui nella sua città natale

Recensione: The Beauty of the Donkey
Dea e Asllan Gjinovci in The Beauty of the Donkey

In Svizzera, gli albanesi sono il secondo gruppo etnico per discendenza dopo gli italiani, con la più significativa ondata di migranti arrivata durante le guerre nei Balcani degli anni Novanta. La storia lega la diaspora albanese al luogo d’origine familiare che, per molti, è il Kosovo. La regista svizzero-albanese Dea Gjinovci è una di queste persone e, partendo dalla propria esperienza e da quella del padre, ci accompagna in un percorso di comprensione e guarigione nel suo nuovo documentario, The Beauty of the Donkey. Il film ha avuto la sua prima mondiale allo Festival di Zurigo, nel Concorso Documentari.

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Il padre della regista, Asllan Gjinovci, ha lasciato Pristina dopo aver partecipato alle proteste studentesche jugoslave del 1968, stabilendosi nella Svizzera francofona. Pur non avendo vissuto in prima persona la guerra in Kosovo, la sua famiglia sì, e le ripercussioni si avvertono ancora profondamente. A quasi tre decenni dalla fine del conflitto, i due tornano nella città natale di Asllan, Makërmal, per portare alla luce eventi sepolti e avviare una resa dei conti collettiva.

Gjinovci adotta in particolare un approccio in parte teatrale per ricreare momenti dell’infanzia di Asllan e i ricordi degli eventi da parte della comunità, chiedendo agli abitanti del villaggio di partecipare a questa rievocazione messa in scena su un palco di legno costruito collettivamente. In una scena girata di notte, finti soldati serbi circondano bambini e famiglie addormentati, offrendo una rievocazione volutamente distanziata di una storia traumatica. Per quanto poetico, questo approccio autoriflessivo risulta alla fine più efficace sul piano stilistico che su quello emotivo, poiché si perde la concretezza degli eventi, malgrado il tentativo di cogliere l’inafferrabilità della memoria.

Al contrario, altre tecniche narrative colpiscono in modo più compiuto, come le conversazioni tra i membri più giovani della famiglia, che offrono agli spettatori una finestra sul passato senza bisogno di lunghe spiegazioni. Parte del riesame di Dea e Asllan ruota attorno alla scomparsa e alla presunta morte della nonna di Dea, avvolte nel mistero mentre la famiglia di lui fuggiva durante la guerra.

Il film è più intimo ed emozionante quando affronta la storia, per quanto dolorosa – soprattutto nelle scene tra Dea e Asllan, in cui la perdita intergenerazionale è palpabile, anche attraverso lo schermo. La cineasta incoraggia il padre a ricordare – per quanto gli è possibile, con i suoi tempi – ciò che resta per lui di un luogo che ha lasciato tanto tempo fa. I due si recano negli archivi in cerca di tracce della madre di Asllan, che lui non ha più rivisto dopo aver lasciato il Kosovo. La dolcezza dello sguardo della macchina da presa sulla violenza emotiva cui assiste rivela la costante necessità di narrazioni di questo tipo.

The Beauty of the Donkey è una produzione di Astrae Productions (Svizzera), Unseen Film (Kosovo), Haut et Court (Francia) e Facet (Stati Uniti). Le vendite internazionali sono curate da First Hand Films.

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(Tradotto dall'inglese)

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