Recensione: Green Light
- Con una spiccata sensibilità per il dolore, Pavel Cuzuioc segue uno psicoterapeuta la cui missione è aiutare le persone disperate a esercitare il loro diritto a porre fine alla propria vita

“Non traggo alcun piacere dalla sofferenza” è un leitmotiv che il neuropsichiatra Johann Friedrich Spittler ripete spesso. Ma dovunque vada, ci sono dolore, sofferenza, disperazione. Ma, ed è questa la domanda, basta a giustificare il suicidio? Nel suo nuovo documentario Green Light [+leggi anche:
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scheda film], presentato in anteprima al Festival di Locarno e ora proiettato nella sezione Features della 63ma Viennale, il cineasta moldavo-austriaco-rumeno Pavel Cuzuioc forse non offre una risposta chiara. Ma offre sicuramente un complesso affresco di zone grigie etiche, determinazione umana e fragilità giuridica.
Cuzuioc si è fatto un nome per la cura con cui osserva le esperienze umane e la profondità emotiva, e Green Light non fa eccezione. Era il 2020 quando i tribunali tedeschi dichiararono che le persone hanno il diritto di porre fine alla propria vita, aprendo la strada al suicidio assistito. Da anni il dottor Spittler intervista i pazienti, tra i 600 e i 700, per verificare se siano idonei a tale assistenza. Queste interviste scavano a fondo nel dolore dei pazienti, che sembrano tutti sufficientemente sicuri da condividere la propria vicenda davanti alla camera ed essere citati nei crediti. Sembra non esserci speranza. “Sto solo esistendo” è un denominatore comune.
E tuttavia, a prescindere che si sia favorevoli o meno al suicidio assistito, le criticità sono facilmente individuabili. C’è chi soffre per malattie, incidenti e menomazioni. Alcuni sono precipitati in una depressione da cui nessuna terapia, nessun legame sociale riesce a tirarli fuori. Il dolore psichico pesa non meno di quello fisico. Ma c’è anche il paziente che vuole il “via libera” solo come opzione di riserva per il futuro. La donna che ha sofferto di anoressia. La donna che vuole raggiungere il proprio figlio morto. Un anziano che, da un lato, dà poco peso all’espressione “sacrificare tempo” sul lavoro, ma è pronto a sacrificare in un attimo il tempo di vita che gli resta.
Il sacrificio del tempo di vita è un tema ricorrente che il dottor Spittler continua a sottolineare. Nessuno accorcerebbe la propria permanenza in questo mondo se non avesse un valido motivo. È qui che il film di Cuzuioc si fa davvero interessante. Il medico stesso non è un sostenitore del suicidio. Ma per lui è imperativo lasciare alle persone il libero arbitrio e fare tutto ciò che è in suo potere per aiutarle. Una delle tragedie successive nel documentario è un processo nella città di Essen, in cui il dottor Spittler è accusato di aver formulato una diagnosi errata a un paziente.
I lettori assidui della cronaca tedesca potrebbero già sapere quale sarà il verdetto finale. Ma l’accusa di omicidio colposo sottolinea ancora una volta quanto sia fragile e sottile la linea su cui il dottor Spittler continua a muoversi. Quest’uomo anziano e rinomato, le cui parole sono presentate con così tanto peso e saggezza. I cui slanci filosofici e intellettuali mascherano il fatto che l'intera composizione drammatica del film è incentrata su conversazioni e interviste. Si tratta di un complesso incrocio di etica, politica e compassione. Un confine che si può solo navigare, ma mai veramente risolvere.
Green Light è prodotto dall’austriaca Pavel Cuzuioc Filmproduktion e dalla romena Zenobia Film.
(Tradotto dall'inglese)
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