Recensione: L’Affaire Bojarski
- Reda Kateb brilla nei panni di un falsario geniale nell'ottimo film di Jean-Paul Salomé che bilancia perfettamente i generi

"Sapevo che un giorno il tuo talento sarebbe stato riconosciuto". Credendo che il marito inventore sia finalmente riuscito a sfondare con un brevetto, la moglie del protagonista dell’appassionante L’Affaire Bojarski [+leggi anche:
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intervista: Jean-Paul Salomé
scheda film] di Jean-Paul Salomé, lanciato domani nelle sale francesi da Le Pacte, è ben lontana dalla verità, ma non sa quanto ci abbia visto giusto. Segretamente, suo marito sta creando un tale scompiglio nella Banca di Francia che "nella storia della contraffazione, un Bojarski sarà considerato come un Cézanne".
Ispirato a un personaggio che ha realmente fatto scalpore, il nuovo film del regista di La Daronne [+leggi anche:
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scheda film] (2020) e di La Syndicaliste [+leggi anche:
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intervista: Jean-Paul Salomé
scheda film] (2023) ripercorre magistralmente la traiettoria avvincente di questo ingegnoso falsario. Un intreccio che miscela in modo ideale i codici del film di genere poliziesco, una storia d’amore coniugale di lungo corso, una grande precisione documentaria sull’universo della contraffazione e un ritratto psicologico molto riuscito di un emigrato polacco in cerca di riconoscimento.
Aperto da un spettacolare assalto a un furgone nel 1951 nella foresta di Rambouillet, il film torna poi indietro, al 1943, a Lione, dove Jan Bojarski (uno strepitoso Reda Kateb), ingegnere rifugiato in Francia, fabbrica documenti falsi, il che gli vale un reclutamento forzato da parte del sulfureo malvivente Lucien Scola (Olivier Loustau). È anche per Jan il tempo del colpo di fulmine per Suzanne (una convincente Sara Giraudeau) con la quale mette su famiglia che si trasferisce a Parigi nel dopoguerra. Là, Bojarski tenta invano di brevettare le sue invenzioni ("i francesi hanno la precedenza") e si sente socialmente umiliato, povero e costretto a vivere dai suoi suoceri, condividendo i suoi dubbi con il suo vecchio amico Anton (Pierre Lottin). Rintracciato da Scola e dalla sua "Banda della trazione anteriore", accetta quindi di lanciarsi nella fabbricazione di banconote false. Un ambito pericoloso (punibile con 30 anni di carcere) al quale si avvia e nel quale eccellerà rapidamente ("benvenuto tra i grandi"), proseguendo presto la sua carriera di falsario in solitaria e nella clandestinità più totale (anche nei confronti della sua stessa famiglia). Ma un uomo lo bracca nel corso degli anni: il commissario Mattei (un notevole Bastien Bouillon "melvilliano")…
Carta personalizzata, filigrane, rilievo, sovrapposizione, motivi, pressa, banconote "Minerva ed Ercole", "La terra e il mare" e "Il Bonaparte", smercio cauto dei falsi: sulle orme di Bojarski, l’intreccio offre un’immersione affascinante nelle tecniche artigianali di un vero artista della contraffazione, che conduce una pericolosa doppia vita (con ripercussioni sulla sua sfera familiare). Superando senza sforzo gli ostacoli del film d’epoca, l’opera si dispiega su una ventina d’anni, con un ritmo perfetto (ricco di peripezie e capace nondimeno di prendersi il suo tempo quando serve) e strutturato attorno al gioco del gatto e del topo tra il falsario (nella solitudine estrema della sua attività segreta) e il tenace poliziotto ("fabbricare capolavori tutto il giorno senza poterne parlare con nessuno, deve roderlo"). Tutto ciò rende l'esperienza cinematografica molto piacevole, che modernizza con finezza i classici.
L’Affaire Bojarski è prodotto da Le Bureau e Les Compagnons du Cinéma, e coprodotto da France 2 Cinéma, Auvergne-Rhône-Alpes Cinéma, Cactus Prod, Restons Groupés Productions e dalla società belga Artemis Productions. The Bureau Sales cura le vendite internazionali.
(Tradotto dal francese)
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