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TRIESTE 2026

Recensione: Brother

di 

- Maciej Sobieszczański racconta di una famiglia della periferia polacca alle prese con le proprie lacerazioni, ma le ambizioni narrative si arenano sui cliché

Recensione: Brother
Jacek Braciak, Filip Wiłkomirski e Tytus Szymczuk in Brother

In un quartiere popolare della cittadina polacca di Żyrardów, si consuma la storia di una famiglia alle prese con le proprie lacerazioni quotidiane. Maciej Sobieszczański, dopo il dramma post-bellico The Reconciliation [+leggi anche:
trailer
intervista: Maciej Sobieszczański
scheda film
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, vira verso un realismo contemporaneo con Brother, presentato in concorso al Trieste Film Festival dopo i riconoscimenti a Varsavia – dove ha conquistato la Giuria Ecumenica – e Cottbus. Sceneggiato da Grzegorz Puda, il film segue Dawid, quattordicenne judoka talentuoso interpretato dal debuttante Filip Wiłkomirski (vero campione polacco juniores), e il fratellino di nove anni Michał (Tytus Szymczuk), un piccolo teppista che ruba telefoni e portafogli senza alcun rimorso. La madre Agnieszka (Agnieszka Grochowska), infermiera che si ritrova da sola dopo l'arresto del marito (Jacek Braciak), lotta per tenere unita la famiglia, affidando al maggiore il compito di "sostituto del padre".

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Il film è un ritratto dei fratelli, del loro rapporto tenero e burrascoso, ma aspira ad essere uno studio sulla famiglia polacca che, in apparenza stabile, nasconde problematiche profonde. Dawid cresce troppo in fretta, dividendo il tempo tra il judo – passione che lo proietta verso un futuro migliore – e la tutela del fratellino, fonte costante di guai. L'allenatore Konrad (Julian Świewiczewski), figura autorevole e coinvolta, irrompe nella loro vita familiare, offrendo a Dawid una chance di riscatto ma complicando i delicati equilibri familiari. Quando al protagonista si apre un'opportunità di emancipazione, Michał reagisce con una spirale distruttiva che spinge tutti al limite. Attraverso visuali multiple, Sobieszczański gioca con messe a fuoco che spostano il baricentro: ora su Dawid, ora sulla madre esausta, ora sul figlio minore trascurato.

Le magnifiche interpretazioni dei giovani attori catturano l'essenza di un’adolescenza precaria, attingendo al cinema del coming of age europeo degli anni precedenti. Dalla fotografia di Jolanta Dylewska immerge lo spettatore nel realismo crudo della periferia polacca, fatto di interni angusti e illuminati da luci fredde, ed esterni fatti di monotoni blocchi di cemento. Le scene sul tatami del judo, sebbene siano rese confuse dal montaggio, sono dinamiche e amplificano la tensione emotiva. Wiłkomirski incarna infatti un Dawid diviso tra dovere filiale e sogni personali, con una presenza fisica che evoca la disciplina del fair play del judo e la fragilità emotiva. Szymczuk, come Michał, è un turbine di ribellione infantile, capace di passare in un istante dall’azione illecita alla vulnerabilità. Grochowska offre una performance magistrale con la figura di una donna logorata dal peso della responsabilità. Sa urlare, punire e difendere i figli, rivelando un amore viscerale, minato da errori e stanchezza.

Eppure, questa ambizione narrativa si arena in una realizzazione incerta e stereotipata. La sceneggiatura, firmata dal regista con Grzegorz Puda, resta frammentaria: il rapporto tra madre e allenatore svanisce per mancanza di sviluppo e quello di Agnieszka rimane un ritratto solo abbozzato. Quello che poteva essere un affresco credibile sulla crisi domestica sfocia in puri stereotipi sulla famiglia disfunzionale, il padre assente, i sogni frustrati. Il judo funge da metafora efficace – disciplina contro caos, talento come via d'uscita – ma non basta a salvare il tutto. Sobieszczański osserva con empatia certi piccoli rituali (belle le conversazioni di Dawid con il padre in prigione attraverso la finestra, o quando difende il fratello dai bulli), ma il potenziale narrativo non emerge pienamente. Anche un tema così potente nella storia del cinema polacco come quello della religione (vedi il recente The Altar Boys [+leggi anche:
recensione
intervista: Piotr Domalewski
scheda film
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di Piotr Domalewski), che qui si esprime con la preparazione alla prima comunione di Michał, si riduce a riferimenti banali (il settimo comandamento) e accenni visuali simbolici, come la riproduzione (per ben due volte) del Cristo morto di Andrea Mantegna o la comparsa della chiesa di Nostra Signora della Consolazione mentre suonano le campane. 

Brother è una produzione polacco-ceca di Apple Film Production e Moloko Film.

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