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Recensione: Loin de moi la colère
- Il documentario del regista ivoriano Joël Akafou riflette coraggiosamente sulle conseguenze nefaste della collera che ribolle nel profondo di quanti e quante hanno sperimentato l’orrore della guerra

Loin de moi la colère completa il discorso portato avanti dal regista Joël Akafou sulla sua terra natale, la Costa d’Avorio, iniziato con Vivre riche, Sesterce d'Or George - Meilleur Moyen Métrage à Visions du Réel 2017 e proseguito con Traverser [+leggi anche:
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scheda film], il suo primo lungometraggio documentario selezionato nel Forum della Berlinale. Loin de moi la colère, presentato, fra gli altri a Doclisboa e Cinéma du réel, è stato recentemente selezionato al festival Black Movie di Ginevra. Il film è una sorta di fiaba crudele composta dai discorsi di chi è sopravvissuto all’orrore della guerra civile del 2011 che ha distrutto intere comunità. Lo scopo della protagonista del film, Maman Jo, lei stessa vittima di questo doloroso conflitto, è quello di permettere alla collera che ribolle in quanti sono sopravvissuti di uscire allo scoperto e trasformarsi in qualcosa di positivo, comunitario e liberatorio.
Ziglo, villaggio che si trova nell’ovest della Costa d’Avorio, cerca di sopravvivere al dolore causato da una guerra civile che marca ancora profondamente i sopravvissuti che devono coabitare non soltanto con i fantasmi dei propri cari defunti ma anche con i propri aguzzini. Una coabitazione che alimenta una collera che nulla sembra riuscire a placare. È in questo contesto che la protagonista del film, lei stessa originaria di Ziglo, decide di creare un’associazione che porta il suo nome, “Loin de moi la colère”, con lo scopo di unire tutti e tutte coloro che sono sopravvissuti, vittime e carnefici. Un’unione difficilissima ma indispensabile per sperare di raggiungere quella pace che il governo non è stato capace di ottenere.
Vittima anche lei della guerra civile, Maman Jo ascolta le storie di tutti coloro che hanno il coraggio di parlare, si fa ricettacolo del loro dolore, cerca di lenire la loro collera sperando che le tensioni fra i membri delle differenti comunità diminuiscano. Mettendosi allo stesso livello delle persone che ascolta, la protagonista del film cerca di tessere insieme i racconti di tutti e tutte affinché il dolore condiviso si trasformi in qualcosa di positivo. Trasformare il dolore e la collera in resilienza è infatti per lei l’unica via d’uscita da una situazione di tensione permanente, l’unica maniera di incamminarsi verso la libertà. Quello che il film vuole indagare non è tanto l’immediato dopoguerra ma le conseguenze del conflitto a lungo termine. Le storie, raccontate dai sopravvissuti, d’una violenza indicibile, risuonano ancora con una forza dirompente, come se chi le racconta fosse intrappolato in un eterno presente dell’orrore. Ed è proprio da questo presente che Maman Jo spera di liberarli e liberarle per dargli la possibilità di sperare ancora in un futuro diverso. Appoggiandosi sulla tradizione ancestrale della fiaba, la protagonista del film cerca, a modo suo, di (ri)costruire la storia della sua terra, un luogo dove la collera lascia il posto all’amore e a un sentimento di libertà che molti e molte, non hanno ancora mai provato.
Loin de moi la colère è un film profondo e necessario sulla memoria e sulle conseguenze di traumi che possono distruggere tutto e questo per intere generazioni.
Il film è prodotto da Ladybirds Film (Francia) e coprodotto da Les Films du Continent (Costa d’Avorio), L’ Œil Vif Productions (Francia), Lyon Capitale Films (Francia) et Pilumpiku Productions (Burkina Faso).
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