Recensione: Be Boris
- Il primo lungometraggio di Benoît Goncerut ci trasporta nell’universo di Boris, un amico d’infanzia che invece di cedere all’ingiunzione alla produttività ha scelto di optare per il dolce far niente

A metà strada fra il protagonista di The Big Lebowski e Buster Keaton, al contempo divertente e malinconico, Boris, il protagonista di Be Boris, di Benoît Goncerut, in concorso per il Prix du Public delle Giornate di Soletta, affascina per la sua spregiudicatezza, quella di rivendicare il diritto alla pigrizia. In realtà Boris, trentottenne con un’immensa cultura cinematografica e letteraria ormai alla fine del suo diritto alla disoccupazione, senza fissa dimora e incredibilmente disinvolto, ha il coraggio di fare quello che tutti noi vorremmo senza osare, ossia rinunciare a rispettare le regole spietate e consumistiche del nostro sistema sociale.
Il protagonista del primo lungometraggio in solitaria di Benoît Goncerut non pretende di rappresentare un esempio da seguire, quello che fa è piuttosto offrire degli spunti concreti per sopravvivere in un mondo sempre più dominato dall’intelligenza artificiale che lascerà molte persone senza lavoro. Per queste persone, il peggio però non sarà quello di ritrovarsi disoccupati ma piuttosto di perdere ogni punto di riferimento, di non sapere più che direzione prendere una volta sfatato il mito della produttività ad ogni costo. E se, come suggerisce Boris, la vera felicità si annidasse proprio nella rivendicazione di una pigrizia insita in ognuno di noi, nel prendersi cura di sé senza fretta nutrendo il nostro intelletto e concedendoci rigeneranti momenti di dolce far niente durante i quali sognare una realtà diversa, più tenera e onesta?
Come afferma lo stesso regista, Be Boris non è un film su Boris ma con Boris, una riflessione tragicomica, apparentemente leggera e malinconica sul vero significato della vita. Fregarsene, vivere il presente in modo edonistico senza preoccuparsi di lasciare la famosa traccia del nostro passaggio su questa terra è qualcosa che il protagonista del film incarna senza clamore, una scelta personale che indossa come una seconda pelle. Se all’inizio del film il regista sembra osservare il suo amico protagonista al contempo con curiosità e divertimento, la convivenza cinematografica trasforma la loro relazione in qualcosa di diverso e più intenso, come se un po’di Boris si fosse insinuato in Benoît senza che quest’ultimo se ne accorgesse davvero. Be Boris è anche una riflessione sul cinema, sulle difficoltà di produrre un film con la pressione di oneri finanziari che parassitano inevitabilmente anche il processo creativo. Le difficoltà di realizzare il film si insinuano infatti nella narrazione attraverso un gioco di specchi continuo fra realtà e finzione.
I momenti più interessanti del film sono però quelli in cui Boris ci fa intravvedere le sue fragilità, i dubbi che, fatalmente, agitano anche lui. La scena in cui, in un lago di sudore, aspetta gli ufficiali giudiziari che devono pignorare i pochi beni che possiede cercando di rimanere calmo e distaccato è, in questo senso, davvero significativa. “Boris sembra rifugiarsi nella finzione” dice la voce del regista fuori campo, un universo che di sicuro gli assomiglia di più della banale realtà con la quale è obbligato a fare i conti.
Be Boris è un film apparentemente comico che nasconde però un animo più oscuro e complesso, che gioca con l’umorismo in modo intelligente trasformando il suo protagonista in vera star della sua stessa vita.
Il film è prodotto da Visceral Films e RTS Radio Télévision Suisse. Outside The Box si occupa della distribuzione per il mercato internazionale.
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