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SOLETTA 2026

Recensione: les chasseresses

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- Il documentario di Amelie Bargetzi e Christelle Jornod racconta il quotidiano di quattro cacciatrici che vogliono instaurare un legame più profondo e autentico con la natura che le circonda

Recensione: les chasseresses

Les chasseresses, primo lungometraggio di Amelie Bargetzi e Christelle Jornod, presentato in prima mondiale alle Giornate di Soletta nel concorso Panorama e in lizza per il premio Visioni, affronta con coraggio il tema sensibile della caccia attraverso gli occhi di quattro protagoniste. Quello che sorprende e trasforma il film in una riflessione coinvolgente sulla caccia, anche se a volte difficile da condividere, è il fatto che, questa volta, sono delle donne e non degli uomini a parlarne. Per loro, la caccia è un mezzo indispensabile per ritrovare un legame con la natura che credevano di aver perso per sempre, una pratica arcaica che gli permette di entrare in simbiosi con l’ambiente che le circonda. Con un’indispensabile dose di sfacciataggine, le due registe svizzere ci mettono di fronte al lato più cruento della caccia, ossia con i momenti di tensione che precedono l’uccisione di un animale che, dal punto di vista delle protagoniste, è sacrificato in nome di una catena alimentare che vogliono più etica e rispettosa della natura.

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Fanny, Marie-Dominique, Céline et Marie, le protagoniste del film, sono quattro vallesane che hanno deciso di mangiare esclusivamente la carne di animali che hanno cacciato. Isolate in un contesto tradizionalmente maschile dominato da stereotipi di genere che faticano a sparire, le protagoniste del film cercano di affermarsi, di imporre le proprie regole e i propri valori. Per loro, la caccia è infatti un mezzo non solo per nutrirsi ma anche per tessere un legame intimo e sensoriale con la natura. Le due registe le seguono, come se le cacciasse a loro volta, nella ricerca, per certi versi utopica, di autonomia e libertà, una ricerca individuale che diventa, grazie al mezzo filmico, universale e condivisa.

Sole, immerse in paesaggi lunari dove domina il silenzio, le quattro protagoniste osservano le loro prede come se fossero loro stesse degli animali predatori. La pazienza e la calma apparente con la quale si appostano per osservare i movimenti degli animali ricorda una seduta di meditazione, un momento in cui nulla esiste più se non il suono della prima pallottola sparata. Immobili e camuffate, sorta di vegetali tra i vegetali, le protagoniste di Les chasseressses scrutano le loro prede con uno sguardo che molti potrebbero interpretare come distaccato, freddo e privo di emozioni. Ma è veramente così? Quali sentimenti provano sparando con il loro fucile, uccidendo degli animali che si trovano nel loro ambiente naturale, spesso ignari del pericolo? A svelarci il loro mondo interiore ci pensano delle brevi ma incisive frasi che appaiono sullo schermo come per magia, sorta di confessioni strappate dalle pagine di un diario. Senza giudicarle ma al contrario cercando di comprenderne le motivazioni, le registe le filmano come se facessero parte del loro clan, come se ne conoscessero i segreti.

Alla ricerca di un rapporto più intenso e diretto con la natura, il paesaggio e l’ambiente circostante, le cacciatrici ci parlano del loro mondo, ci permettono di entrare in un’intimità che custodiscono gelosamente. Les chasseresses è un film per molti versi difficile da capire, come difficili da capire sono le motivazioni che spingono ogni cacciatore e cacciatrice a fare ciò che fa, ma è anche un film estremamente poetico e misterioso che dà voce a quante troppo spesso sono spinte a tacere.

Les chasseresses è prodotto da Box Productions.

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