Recensione: Tell Me What You Feel
- Il lungometraggio di Łukasz Ronduda è un tenero studio sulle relazioni che scava in profondità nel trauma, tracciando al contempo le fragili connessioni tra anime ferite

Abusato ultimamente, il concetto di terapia attraverso l’arte si è trasformato in un cliché, che si tratti di un motivo narrativo all’interno di un’opera o che sia l’opera stessa ad assolvere una funzione terapeutica. Il terzo lungometraggio di finzione di Łukasz Ronduda, Tell Me What You Feel [+leggi anche:
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intervista: Łukasz Ronduda
scheda film], copre entrambe le ipotesi, ma invece di alimentare il cliché lo mette in discussione. Da un lato, Ronduda riflette con comprensione questa tendenza e sembra mettersi sinceramente nei panni dei personaggi e simpatizzare con i loro problemi; dall'altro, non attenua il suo sguardo critico e, senza alcuna ironia paternalistica o ditino puntato, lascia intendere che l'analisi perseguita a qualsiasi costo e fino in fondo può essere tanto distruttiva quanto l'ignoranza della propria natura. Questo rende facile indentificarsi con il suo film – sia per chi abbraccia la terapia che per chi ne è scettico – collocandolo comodamente nel più democratico concorso Big Screen all’IFFR. Tre precedenti lavori di Ronduda, che esplorano anch’essi la convergenza fra arte e vita – The Performer [+leggi anche:
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scheda film] (2015), Heart of Love [+leggi anche:
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scheda film] (2017) e All Our Fears [+leggi anche:
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scheda film] (2021) – sono stati presentati al festival, consacrando il regista come un habitué di Rotterdam.
Nel giardino della casa di campagna dei suoi genitori, Patryk (Jan Sałasiński) "incornicia" scene di vita con le dita mentre sua madre prende in giro l'"artista", riportandolo alla realtà della sopravvivenza quotidiana: raccogliere rottami metallici destinati al riciclo, per pochi euro. A Varsavia, dove condivide un appartamento, spazza via i popcorn in un cinema al termine delle proiezioni e disegna in forma anonima dopo essere stato rifiutato dall'Accademia delle Arti e da varie gallerie, Patryk si imbatte in un progetto artistico al Museo d'Arte Moderna che letteralmente paga le lacrime dei poveri – eppure, paradossalmente, lui, che riesce a malapena a sbarcare il lunario, non riesce a piangere. È così, nondimeno, che incrocia la seducente e assertiva ideatrice del progetto, Maria (Izabella Dudziak), che lo alletta con complimenti sui suoi disegni e, fiutandone l’insicurezza e la suggestionabilità, lo trascina con convinzione nelle sue pratiche terapeutiche basate sull’arte. Non è, però, una manipolatrice pura e semplice – lasciatasi alle spalle una casa agiata con un padre schizofrenico, il suo impegno nell’arte è un modo di elaborare il bagaglio familiare e anche di condividere con i meno privilegiati il lusso di pratiche che nutrono l’anima. Inizia così a prendere forma una coppia bizzarra, con la sua aura da femme fatale accoppiata alla mascolinità morbida di lui. Sotto la sua guida dominante, precipitano in una relazione fondata sullo scavo reciproco dei rispettivi traumi, in cui l’autoanalisi e la totale esposizione sono la regola numero uno. Ma certi traumi sono più gravosi di altri, e interpretarli è un esercizio fragile che mette alla prova e scuote le fondamenta di un reciproco, ancora più fragile, equilibrio.
Indagare il modo in cui i polacchi di oggi si rapportano all’amore è, a detta di Ronduda, il suo obiettivo principale – un amore intenso e disinteressato, e tuttavia incline a esaurirsi una volta espletata la sua funzione trasformativa. Il romanticismo della Gen Z risiede più nell’autoriflessione reciproca che nella fede in un legame eterno; oppure, forse, i personaggi sono semplicemente troppo giovani per sapere che un impegno profondo capita una o due volte nella vita. Perciò lo sperperano con leggerezza, convinti che il domani porterà qualcosa di meglio. Ma sarà davvero così?
Ronduda usa il linguaggio cinematografico con delicatezza ma sicurezza, mantenendo una certa distanza anche nelle scene più intime, mentre ritma o accelera il montaggio per suggerire un'atmosfera particolare. Alla fine, ci ritroviamo con un dramma romantico emotivamente saturo ma finemente elaborato.
Tell Me What You Feel è prodotto dalla polacca Koskino.
(Tradotto dall'inglese)
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