Recensione: Sainte-Marie-aux-Mines
- Claude Schmitz dipinge un ritratto a tutto tondo di due investigatori atipici e di una piccola comunità ai margini, in un poliziesco fuori dal tempo tanto divertente quanto malinconico

Nel 2023, il cineasta belga Claude Schmitz, già ampiamente acclamato per i suoi corti e mediometraggi (Premio Jean Vigo nel 2019 per Braquer Poitiers [+leggi anche:
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scheda film]), presentava alla Quinzaine des Cinéastes L’Autre Laurens [+leggi anche:
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intervista: Claude Schmitz
scheda film], un poliziesco ai confini del genere sulla morte dell’eroe e l’avvento delle eroine. Parallelamente alla traiettoria degli eroi del film, scoprivamo due personaggi secondari ma irresistibili, Francis Conrad e Alain Crab, poliziotti bonari dal linguaggio colorito, che conducevano le indagini con la sigaretta in bocca filosofeggiando su vita e morte, amore e amicizia.
Ritroviamo i due compari al centro di questo nuovo capitolo, Sainte-Marie-aux-Mines [+leggi anche:
intervista: Claude Schmitz
scheda film], presentato nella sezione Harbour dell’International Film Festival Rotterdam. Il film segue il loro trasferimento da Perpignan a questa piccola città dell'Alsazia, dove sono incaricati di garantire la sorveglianza del Salone Internazionale dei Minerali. Una missione che affrontano con calma, ciascuno mosso da motivazioni più personali che professionali: ritrovare l’amore per l’uno, trovarlo e basta per l’altro. Proprio quando iniziano a prendere le misure del posto, una pietra scompare. L’indagine allora si mette in moto, dolcemente ma (non troppo) sicuramente.
Nel corso delle loro investigazioni, Crab & Conrad incrociano una serie di compaesani testimoni o sospetti, tracciando così attraverso gli incontri una sorta di ritratto di Sainte-Marie-aux-Mines attraverso i suoi abitanti. È uno studio naturalistico del luogo, caratterizzato dall'autenticità delle sue ambientazioni e dei suoi personaggi, dove la finzione riappare a intermittenza, ricordando ai nostri due eroi la sua esistenza, spingendoli a riprendere sporadicamente le loro indagini con vari gradi di dedizione.
L’avrete capito, questa pietra preziosa rubata ha tutto del MacGuffin: interessa poco, ai protagonisti come allo spettatore, conoscere il bandolo della matassa. Non è tanto la soluzione dell’enigma a interessare, quanto le circonvoluzioni dell’indagine, e soprattutto le sue deviazioni. Il film presenta quindi regolarmente inquadrature di Francis Conrad che cammina per il villaggio, su una provinciale deserta, seguendo le sue orme e conferendo un ritmo singolare a questo poliziesco profondamente provinciale, dove l’indagine procede a rilento, concentrandosi sui momenti morti più che su quelli che la fanno avanzare, lasciando che la musica acceleri il ritmo, spesso fuori tempo, creando pause sorprendenti che suscitano sia amore che malinconia.
Nei panni di Crab e Conrad ritroviamo Rodolphe Burger e Francis Soetens, attori per caso, svincolati dalle convenzioni cinematografiche della recitazione, il primo innanzitutto musicista, il secondo compagno di lungo corso a teatro del regista. Ognuno impone il proprio fraseggio e la propria gestualità, conferendo un sapore singolare alla finzione che si dispiega negli interstizi della realtà. Camminando su una corda tesa, il film documenta un territorio, ma anche i corpi celebrati di due attori di circostanza, chiamati a vivere nell’inquadratura, con una missione fittizia ma un’aura di verità. Se L’Autre Laurens era un poliziesco al quadrato, che esplodeva e infrangeva le convenzioni del genere, Sainte-Marie-aux-Mines è un polar topografico al rallentatore, che immerge due corpi estranei in un ambiente tutt’altro che ostile per documentarne l’incontro con l’aiuto di una manciata di artifici di finzione.
Sainte-Marie-aux-Mines è prodotto da Wrong Men (Belgio) e coprodotto da Chevaldeuxtrois (Francia). Le vendite internazionali sono affidate a Best Friend Forever.
(Tradotto dal francese)
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