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GÖTEBORG 2026

Recensione: Butterfly

di 

- La cineasta Itonje Søimer Guttormsen abbatte le frontiere in questo dramma familiare venato di spiritualità, offrendo una buona dose di performance e arte concettuale

Recensione: Butterfly
Helene Bjørneby e Renate Reinsve in Butterfly

Una prima mondiale quasi in contemporanea all'IFFR e a Göteborg calza a pennello per la regista norvegese fuori dagli schemi Itonje Søimer Guttormsen, che si è cimentata in progetti transfrontalieri praticamente per tutta la sua carriera. Come il suo lungometraggio d’esordio, Gritt [+leggi anche:
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, il suo nuovo film, Butterfly [+leggi anche:
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, offre generose dosi di performance e arte concettuale, e si avventura anche nel lato più rituale.

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dream-of-another-summer_Pere Marzo

Tutto inizia come un dramma familiare con un tocco di crime-thriller: una norvegese di 68 anni viene trovata folgorata in una cupola astronomica a Gran Canaria. Le sue due figlie, ormai estranee l’una all’altra, Diana, educatrice in un asilo nido in Norvegia, e Lily, artista performativa con base ad Amburgo (che talvolta sfoggia un gigantesco pene prostetico), tornano nei luoghi della loro infanzia, dove la madre lavorava come accompagnatrice turistica. La sorella maggiore, la riservata Diana, è interpretata da Helene Bjørnby, memorabile ne La persona peggiore del mondo [+leggi anche:
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di Joachim Trier nei panni della donna che sbatte la testa contro una lampada mentre balla nella casa al mare dove si ritrovano gli amici di Aksel, il fidanzato di Julie. La cupa Lily è interpretata proprio dalla Julie di quello stesso film, ossia Renate Reinsve, e anche stavolta non è esattamente una persona delle migliori. Per di più, questo volto ben noto dalla vivacità nordica, che sta affascinando il mondo intero nel suo viaggio verso gli Oscar, qui è quasi irriconoscibile, tra piercing, segni d’acne, sopracciglia depilate e herpes. Un trucco magistrale. Una possibile spiegazione della notevole differenza tra le loro personalità sono i diversi padri delle due sorelle. Quanto alla loro madre, era piuttosto promiscua.

La mamma Vera, vivacemente interpretata dall’icona delle pagine centrali di Playboy degli anni Settanta Lillian Müller, si vede all’inizio del film e in alcuni filmati. Si è rimessa in sesto ed è rimasta a Gran Canaria, acquistando un terreno e mettendo in piedi un centro spirituale, il Butterfly Retreat, che offre “una trasformazione in sette passi”. La cupola astronomica, concepita per portare purificazione e rinascita, è diventata la sua trappola mortale. Diana e Lily arrivano per esaminare l’eredità materna, con la speranza di metterla in vendita, andarsene e riprendere le loro vite. Una volta lì, si imbattono in Chato, compagno di Vera, attualmente ricercato come principale sospettato in relazione alla sua morte. Numan Acar, visto in Homeland e nel franchise di Spiderman, può certamente apparire minaccioso, ma il suo Chato non è affatto così, illuminando le due sorelle su varie realtà ultraterrene, tra cui la rinascita dei sensi e la rimozione della polvere dal passato.

Come detto, a Itonje Søimer Guttormsen piace varcare i confini, e qui lo fa davvero, poiché Butterfly smette di essere un giallo. Le sorelle restano, facendo esperienza del mondo della madre attraverso le persone con cui lei ha interagito, spesso affini nella loro ricerca di spiritualità. Una di loro è Gritt, dalla Norvegia, che è la protagonista del precedente film della regista. Per il resto, queste persone sono autentiche, veri abitanti di questa regione, vicini alla natura e specializzati in rituali che ne derivano. Questo graduale cambiamento nella trama sottolinea anche il punto probabilmente principale e onnicomprensivo: quello della chiusura e dell'accettazione. Questa è la vera eredità materna, e non è in vendita.

Butterfly è una coproduzione tra Norvegia, Svezia, Regno Unito e Germania, prodotta da Mer Film, Zentropa International Sweden e Quiddity Films. Le vendite internazionali sono curate da Protagonist Pictures.

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(Tradotto dall'inglese)

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