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IFFR 2026 Concorso Tiger

Recensione: La Belle Année

di 

- Il documentario autobiografico di Angelica Ruffier è un saggio sul desiderio ossessivo come meccanismo di compensazione e sull'elaborazione del lutto quando si rimane orfani in età adulta

Recensione: La Belle Année

Perdere i propri genitori significa perdere una parte sostanziale della propria capacità di autodeterminazione, ma questa stessa perdita induce anche a rivisitare la memoria, cosa che può avvicinarci alle nostre origini, alla verità su noi stessi e, infine, alla maturità. Per Angelica Ruffier, autrice e protagonista di La Belle Année [+leggi anche:
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intervista: Angelica Ruffier
scheda film
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, documentare l’immediato dopo la morte del padre – compreso lo sgombero della casa che inevitabilmente implica scavare nel passato – è un modo per scoprire il filo conduttore, prima invisibile, tra un’ossessione dimenticata e un trauma rimosso, una rivelazione che spiega la natura del suo desiderio adolescenziale.

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“L'oblio è una strategia di sopravvivenza” è una frase centrale nel film, che va di pari passo con il suo motto nell’inquadratura iniziale, una frase di Simone de Beauvoir: “La Terra sarebbe un luogo noioso se non avessi nessuno da ammirare”. Seguendo questo filo, La Belle Année, attualmente in corsa per il premio Tiger all’International Film Festival Rotterdam, traccia un’ammirazione che abbellisce l'oggetto del suo affetto fino al delirio, tanto che i toni grigi della realtà assumono sfumature più luminose.

È così che si crea letteralmente il contrasto sullo schermo tra il tedioso processo di sgombero che ha luogo nella casa francese di un padre che Angelica e il fratello Tom avevano conosciuto appena, e le immagini che riaffiorano come ricordi, innescate da un diario scolastico trovato in mezzo al disordine. Esso testimonia la sua cotta segreta per l’elegante ed enigmatica insegnante di storia, la signorina B, le cui visioni appaiono in colori vividi dietro filtri sfumati, in contrasto con l’estetica, un po’ più ruvida, del cinéma vérité delle riprese che catturano il presente. Il padre aveva scoppi incontrollati di rabbia e violenza, così un’estate la madre portò i figli in Svezia per una vacanza, e non tornarono più. L'atto di seppellire i dolorosi ricordi di una casa triste aveva spazzato via i sentimenti legati a questa ossessione, ma ora, ritrovato il diario, Angelica decide di chiudere il capitolo incontrando la signorina B.

Concepito tra Svezia e Francia come un’estensione della personalità stessa di Ruffier, e autoproclamato come autofiction, La Belle Année ha lo spessore emotivo denso e interiorizzato di un amore scandinavo introverso, riecheggiando, per esempio, Dreams [+leggi anche:
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intervista: Dag Johan Haugerud
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di Dag Johan Haugerud, e sconfinando al contempo nella rêverie poetica dei film e dei riferimenti culturali di Éric Rohmer, tipici del cinema francese in generale. Tuttavia, la forma discontinua, forse segnata da esitazioni personali, e la presenza eccessivamente letterale della regista-protagonista diluiscono il supposto incanto finzionale del film, lasciando gli spettatori troppo a lungo nell’ambito dell’immediata realtà documentaria quotidiana. Sullo sfondo di tanti film autoesplorativi – siano essi di finzione o documentari – La Belle Année mira a essere qualcosa di più dell’autoterapia, eppure non si spinge abbastanza lontano da essere davvero all’altezza delle proprie ambizioni e distinguersi. Resta poco più di un percorso cinematografico confessionale attorno a un punto di svolta nella propria vita, identico a lavori analoghi già visti.

La Belle Année è prodotto dalla svedese MDEMC e coprodotto dalla norvegese Aldeles. Odd Slice Films ne cura le vendite internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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