Recensione: La Maison des femmes
- Il film d’esordio di Mélisa Godet ritrae con sensibilità le lavoratrici di una casa rifugio per donne vittime di abusi, lanciando allo stesso tempo un duro monito alla società

Dopo la proiezione al Festival del cinema di Marrakech e in una manciata di altre rassegne, La Maison des femmes [+leggi anche:
trailer
scheda film], il primo lungometraggio di Mélisa Godet, è stato presentato al Filmfestival Oostende, nella sezione Avant-première, prima di arrivare nelle sale francesi il 4 marzo, distribuito da Pathé.
La maison des femmes [lett. “casa delle donne”] richiamata nel titolo del film è il luogo in cui si svolge gran parte della storia, situato alla periferia di Parigi. Il centro di Saint-Denis accoglie donne vittime di violenze fisiche, sessuali e psicologiche, in cerca di sostegno in un ambiente privo di giudizi. Qui le operatrici Diane (Karin Viard), Manon (Laetitia Dosch), Inès (Oulaya Amamra) e Awa (Eye Haidara) offrono a ciascuna esattamente ciò di cui ha bisogno, che si tratti di ascolto, assistenza medica o supporto legale. Ciononostante, anche le quattro donne devono fare i conti con le proprie fragilità, e la costante vicinanza alle difficoltà affrontate dalle loro pazienti finisce per minare il loro stesso equilibrio.
Il film di Godet è molto lineare, girato in modo piuttosto pragmatico, senza un approccio particolarmente innovativo dal punto di vista tecnico. È un’opera ben confezionata ma offre poco di rilevante sul piano visivo. Eppure funziona grazie alla trama e alla sceneggiatura, a conferma che un’opera audiovisiva non deve sempre forzare i confini del proprio genere per essere considerata riuscita artisticamente. In questo caso, la regista francese ha deciso di concentrarsi su una rappresentazione accurata e rispettosa della storia delle donne che ha scelto di raccontare, cogliendo alla perfezione il lato emotivo di tutti i personaggi, anche quando ricorre ad approcci un po’ stereotipati. Non manca, inoltre, una dose ben calibrata di commedia, nello stile inconfondibilmente francese, che alleggerisce il tono del film.
L’aspetto più interessante di La Maison des femmes è che succede molto nelle storie raccontate dalle pazienti del centro, ma la violenza non viene mai realmente mostrata. Il film sembra quasi seguire le regole della tragedia greca, evitando di mostrare omicidi o atti violenti in scena e scegliendo invece di narrarli a parole. Questo approccio si rivela accorto, e la tensione psicologica raggiunge così vette possibili solo quando la regista ha un saldo controllo della sceneggiatura e della messa in scena in generale.
Nel complesso, Godet gioca sul sicuro con alcune scelte stilistiche ma si assume rischi per quanto riguarda i temi affrontati, chiedendo al pubblico di salire su un ottovolante emotivo che colpisce ancora di più quando ci si ricorda che, per quanto il film sia di finzione, femminicidi, mutilazioni genitali femminili, violenza domestica e matrimoni combinati con minorenni sono realtà con cui le donne si confrontano quotidianamente in tutto il mondo. In questo senso, si tratta di un’opera necessaria che tocca corde dolorose e che con ogni probabilità funzionerà bene in sala, raggiungendo un pubblico più ampio. Per un film che tratta simili argomenti, questo è l’approccio giusto per fungere da monito alla società e per aprire gli occhi, offrendo al contempo una confortante prova che certe realtà sociali possono essere cambiate attraverso uno sforzo congiunto.
La Maison des femmes è prodotto dalla francese Une Fille Productions, con il sostegno in coproduzione di Pathé, Chapter 2 e France 2 Cinéma. Le vendite internazionali sono affidate a Ginger & Fed.
(Tradotto dall'inglese)
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