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BERLINALE 2026 Concorso

Recensione: Dust

di 

- BERLINALE 2026: Anke Blondé racconta le ultime 36 ore di libertà di due imprenditori tech fiamminghi prima di essere arrestati, all'alba del XXI secolo

Recensione: Dust
Thibaud Dooms e Arieh Worthalter in Dust

Rivelatasi nel 2019 con il suo primo lungometraggio The Best of Dorien B. [+leggi anche:
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, selezionato all’International Film Festival Rotterdam (concorso Big Screen), la cineasta fiamminga Anke Blondé presenta in prima mondiale in competizione alla 76ma Berlinale il suo secondo film, Dust [+leggi anche:
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, su sceneggiatura di Angelo Tijssens, co-autore dei film di Lukas Dhont (Girl [+leggi anche:
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, e presto Coward), ma anche di Julian [+leggi anche:
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di Cato Kusters.

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Dust segue la traiettoria, o meglio la caduta, di due uomini, due soci che hanno creato un prodotto rivoluzionario: un software in grado di trasformare la voce in codice, o in testo scritto. Qualcosa in grado di sconvolgere le nostre abitudini digitali, almeno nel 1999. Peccato che, per finanziare questa ambiziosa impresa, Luc (Jan Hammenecker) e Geert (Arieh Worthalter) abbiano sollecitato tutti i piccoli e grandi investitori delle Fiandre, arrivando anche a falsificare i conti. Mentre un giornale straniero si appresta a pubblicare un’inchiesta che demolirà definitivamente il loro castello di sabbia, e il loro arresto è imminente, a loro restano 36 ore per fare il punto sui propri atti e regolare i conti, prima di tutto con se stessi. Ma sono pronti ad assumersi le loro responsabilità? E cosa resta della loro identità, una volta cadute le maschere?

Pur avendo intravisto il futuro, Luc e Geert appartengono al passato. Simboleggiano una mascolinità antiquata che li soffoca tanto quanto le loro scarpe lucide e i loro abiti inamidati. C'è anche un'ironia intrinseca nell'osservare a distanza una tecnologia che un tempo era rivoluzionaria, un modo crudele di evidenziare sia l'arroganza maschile che la sua irrimediabile obsolescenza. E forse anche l’urgenza di mettere in scena giganti della tecnologia dai piedi d’argilla. Nel frattempo, Luc e Geert restano umani e dovranno spogliarsi, o quasi, in senso letterale e figurato. I personaggi vivranno in maniera molto concreta, molto fisica, la caduta del loro impero virtuale, in particolare Luc, che sprofonda sempre di più nelle sue contraddizioni (e nei campi delle Fiandre occidentali), mentre Geert impiegherà un giorno e una notte per accettare la fatalità. I flashback che costellano il montaggio restituiscono questa riflessione: cosa è andato storto? Sebbene non vi siano dubbi sull'esito legale che attende i due uomini, e anche se la possibilità di un tradimento si profila all'orizzonte, la suspense risiede più nella loro reazione, con la domanda scottante che in definitiva è: può un uomo permettersi di piangere? Ognuno ha la sua risposta; Luc e Geert percorrono un cammino parallelo prima di trovare la loro.

Jan Hammenecker, logorato fino al midollo e spogliato dei suoi orpelli da uomo d'affari, porta le sue emozioni sul volto. Arieh Worthalter brucia freddamente di un fuoco interiore, a lungo indecifrabile, resistendo fino all’ultimo all’ineluttabile caduta. Nonostante un umorismo talvolta crudele, Dust riesce comunque a umanizzare questi due uomini che hanno fallito quasi in tutto, persino nella loro carriera criminale.

Dust è prodotto da A Private View (Belgio), in coproduzione con Heretic (Grecia), Shipsboy (Polonia) e Bêtes Sauvages (Regno Unito). LevelK cura le vendite internazionali e Kinepolis Film Distribution si occupa dell’uscita nelle sale belghe il prossimo 25 febbraio, sulla scia della Berlinale.

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(Tradotto dal francese)


Photogallery 17/02/2026: Berlinale 2026 - Dust

23 immagini disponibili. Scorri verso sinistra o destra per vederle tutte.

Anke Blonde, Angelo Tijssens, Arieh Worthalter, Jan Hammenecker, Antony Welsh
© 2026 Dario Caruso for Cineuropa - dario-caruso.fr, @studio.photo.dar, Dario Caruso

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