Recensione: Only Rebels Win
di Ana Stanic
- BERLINALE 2026: Danielle Arbid fonde la sua vasta gamma di pratiche artistiche, dalla videoarte al documentario, in una storia d'amore politicamente impegnata

La regista libano-francese Danielle Arbid apre la sezione Panorama della 76ma Berlinale con Only Rebels Win [+leggi anche:
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scheda film] e torna sul palcoscenico di un grande festival dopo la Selezione ufficiale di Cannes nel 2020 con Passion simple [+leggi anche:
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Le immagini iniziali di Beirut scorrono su una voce fuori campo che afferma che la città nel film è un’illusione a causa degli attuali bombardamenti israeliani, accompagnata dal brano El Hilwatu di Mar-Khalife, musicista nato in Libano e di base a Parigi che fonde retaggio arabo, classica occidentale, trame elettroniche e texture rituali: una musica plasmata dall’esilio, dalla memoria e dalla frattura politica. “El Hilwatu”, la bella, potrebbe essere un’amante, la patria, un ideale perduto o persino un ricordo. Questo equilibrio, oscillante tra distanza e vicinanza, illusione e realtà, modella l’architettura del film.
Hiam Abbass, protagonista, condivide con Arbid una storia politica e artistica. Interpreta Suzanne, una vedova della classe media di origine palestinese e madre di due figli adulti che salva il giovane migrante sudanese Osmane (Amine Benrachid) da un’aggressione razzista in strada. Quello che nasce come una promettente amicizia, segnata da empatia e da un’inaspettata profondità di comprensione tra due anime sole, affamate di legami, evolve in una storia d’amore. Se Hélène in Passion simple è sopraffatta da un desiderio che le rovina la vita, in Only Rebels Win il desiderio viene rivendicato, non come autodistruzione, ma come atto di resistenza contro le gerarchie sociali.
I quarant’anni di differenza d’età creano una premessa radicale all’interno dell’ambiente sociale di Suzanne, e la storia d’amore resta deliberatamente melodrammatica, riecheggiando Douglas Sirk. Non appena l'inaspettata storia d'amore diventa pubblica, i due si trovano ad affrontare un'inevitabile reazione segnata da ageismo, razzismo e gerarchie di classe, che va dall’ostilità aperta all’isolamento. Tutto intorno a loro manda lo stesso segnale: restate al vostro posto.
Dove La paura mangia l'anima di Fassbinder si affidava all’apparente solidità dei suoi spazi per mettere a nudo la frattura sociale, Only Rebels Win comincia smantellando quella certezza. Poiché l’intero film è girato utilizzando immagini di Beirut in retroproiezione, gli attori non abitano mai spazi reali; recitano piuttosto davanti a una realtà proiettata — un’analogia formale per corpi dislocati e memoria mediata. La direttrice della fotografia Céline Bozon padroneggia con precisione questo procedimento unico, assicurando che la città proiettata conservi sia la grana sia la presenza. Al contempo, i personaggi sembrano tracciati con pennellate minime, e allo spettatore è chiesto di completare il resto. Le strutture sociali funzionano in modo analogo.
Con Osmane, Suzanne sperimenta una forma di attenzione che non ha mai davvero conosciuto: essere vista oltre i consueti ruoli di casalinga e madre. Lui la ama come donna, e lei ama lui non solo per la sua giovinezza ma per la sensazione di essere veramente vista. Quando lui la introduce nel suo ambiente di emarginati e artisti di ogni origine, età e modello relazionale, lei incontra accettazione e sostegno incondizionati. Qui il film rivela la bellezza dell’apertura e della tolleranza, presentando l'amore sia come forza guida nella vita che come rischio corso alla ricerca della felicità, il che solleva la questione del perché così tante persone lo evitino, gli resistano e, allo stesso tempo, lo desiderino ardentemente.
Only Rebels Win è prodotto da Easy Riders Films (Francia), Abbout Productions (Libano) e Rise Studiso (Emirati Arabi Uniti). L’italiana Fandango Sales cura le vendite internazionali.
(Tradotto dall'inglese)
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