Recensione: Yellow Letters
- BERLINALE 2026: Ilker Çatak ricostruisce la Turchia per sviscerare gli aspetti ambivalenti dell'arte e della vita, dell'oppressione politica, dell'istruzione e dei legami di coppia

"Considerate attentamente la vostra posizione". È con un ritratto senza sconti delle conseguenze materiali della violenza dello Stato contro le voci dissonanti che il cineasta tedesco di origine turca Ilker Çatak (balzato ai vertici con il suo film precedente, La sala professori [+leggi anche:
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scheda film], nominato all’Oscar 2024 per il miglior film internazionale) si è misurato con Yellow Letters [+leggi anche:
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scheda film], presentato in concorso alla 76ma Berlinale.
Tuttavia, a guardar bene, è soprattutto una storia di coppia quella che il regista osserva metodicamente: l’attesa e l’assurdo alla Samuel Beckett provocati dall’oppressione politica subita mascherano una decostruzione abrasiva e femminista alla Elfriede Jelinek. Ma non facciamoci ingannare: pur essendo alimentato sotterraneamente da un solido corpus di riferimenti intellettuali e teatrali (l’habitat naturale dei protagonisti), il film si premura di restare molto accessibile al grande pubblico, confezionando un sorprendente mix che accosta una sorta di soap opera a Shakespeare e un "mainstream" all’americana (centrato sui personaggi, in salsa turca) a un dramma umano filtrato attraverso un rilevatore di conflitti latenti alla Nuri Bilge Ceylan.
"Non salverai il mondo con il teatro – Sì". Atto 1, Ankara: in meno di 48 ore l’esistenza della coppia formata dalla star Derya (Özgü Namal) e dall’accademico e drammaturgo Aziz (Tansu Biçer) viene completamente sconvolta: il secondo viene sospeso insieme ai suoi colleghi progressisti, mentre la prima, che non ha peli sulla lingua, viene cacciata senza complimenti dalla sua compagnia. Sotto pressione della polizia e finanziaria, il duo, unito e deciso a preservare il futuro della figlia adolescente Ezgi (Leyla Smyrna Cabas), decide di raggiungere Istanbul, dove la madre di Aziz li ospita, in attesa del processo intentato dagli universitari che contestano la loro estromissione, fissato sette mesi più tardi.
Atto 2: i nostri due artisti decaduti cercano di adattarsi alla nuova vita ("non è la fine del mondo"), un mondo alla rovescia per loro: Aziz accompagna il cognato (con cui prima non condivideva alcuna opinione) in moschea e diventa tassista notturno, Derya prova a ritrovare un lavoro da attrice e comincia dolorosamente a rivalutare la situazione, mentre Ezgi attraversa la classica crisi adolescenziale che i genitori cercano di attutire al meglio, ciascuno a modo suo. Poi Aziz scrive una pièce politica intitolata Yellow Letters e la coppia torna a lavorare insieme, provando nel piccolo teatro di un amico. Tutto sembra dunque essere di nuovo sui binari, anche se il processo si avvicina, ma in realtà, nulla sarà mai più come prima…
"Voglio sapere chi sono". Sotto le spoglie di una denuncia (molto reale) dell'autoritarismo politico e della caccia alle streghe contro gli oppositori condotta per anni dal governo turco con il pretesto del terrorismo, il film esplora le reazioni microscopiche, umane ed emotive a una situazione di crisi (una forma di confinamento). Decostruendo progressivamente idealismo e realismo al di là degli stereotipi, Ilker Çatak (che ha scritto la sceneggiatura con Ayda Meriem Çatak e Enis Köstepen) firma un’opera dal ritmo molto sostenuto (spinta in particolare da un'apertura iperdinamica) con molteplici ambizioni nascoste, il cui didatticismo è solo apparente e che sfrutta appieno il talento dei due interpreti principali.
Yellow Letters è prodotto da if… Productions Film (Germania) e coprodotto da Haut et Court (Francia) e Liman Film (Turchia). Le vendite internazionali sono a cura di Be For Films.
(Tradotto dal francese)
Photogallery 14/02/2026: Berlinale 2026 - Yellow Letters
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© 2026 Dario Caruso for Cineuropa - dario-caruso.fr, @studio.photo.dar, Dario Caruso
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