Recensione: Dao
- BERLINALE 2026: Alain Gomis consegna un’esperienza cinematografica sorprendente che intreccia il tempo e lo spazio, l’Africa e la Francia, le tradizioni e la modernità

"Non so se la gente lo vedrà così come vuoi mostrarlo: potente, straordinario, bizzarro". Riecheggiando le parole lontane di uno dei tanti personaggi del suo nuovo film, il meteorite Dao [+leggi anche:
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intervista: Alain Gomis
scheda film] (definito come "movimento circolare perpetuo che dà un quadro alla realtà"), svelato in concorso alla 76ma Berlinale, il cineasta franco-senegalese Alain Gomis si è lanciato in una sfida cinematografica di immensa ambizione: trascendere e cancellare i confini tra documentario e finzione, costruire ponti tra i continenti, tra il passato degli antenati e il presente dei loro discendenti, tra gli spiriti e la natura prosaica, per far emergere una verità umana colma di colori, di musica e di gioia. Un'impresa immensa che il regista porta a termine con successo, mantenendo il controllo della sua vibrante opera d'arte, dilatando il tempo ed esplorando numerosi percorsi non narrativi ricchi di sottili risonanze, il tutto sotto il velo di riprese spontanee e senza filtri.
Intercalato da numerosi provini durante i quali affiora, a piccoli tocchi, il tema di fondo (il percorso della seconda generazione di immigrati africani in Francia, il ruolo delle donne, la complessa trasmissione dei valori ancestrali alla nuova generazione), il film si dispiega attorno a un tenue filo conduttore incarnato da un duo madre-figlia: Gloria (Katy Correa) e Nour (D’Johé Kouadio), perni d’osservazione della "vera finta famiglia" ricostituita dal cineasta. Un’ampia comunità nella quale s’immerge il "racconto", che compie andirivieni tra la Guinea-Bissau per una cerimonia (simulata) di più giorni nel villaggio di Cacheu in onore della memoria del padre di Gloria (scomparso due anni prima) e la banlieue parigina per il matrimonio iper festoso di Nour e James (Mike Etienne).
Una famiglia con i suoi legami affettivi intensi, i ricordi condivisi e le tensioni, radici ancestrali, memoria (individuale, ma anche della colonizzazione, della schiavitù e delle lotte armate per l’indipendenza), amori presenti e passati (con Samir Guesmi nel ruolo di un ex di Gloria), giochi di bambini, danze, sacrifici, canti collettivi (dalle melodie e percussioni tradizionali a Killing Me Softly With His Song dei Fugees), ritrovi, attriti (per gestire il denaro delle collette), abbracci, sguardi di sottecchi, piccole conversazioni in disparte, preghiere, ecc.: il film tesse un'affascinante antologia di incontri, rituali d’ogni genere e piccoli momenti intrecciati in un insieme più ampio. Un lavoro di cesello al montaggio, nutrito da una musica onnipresente (firmata Abdullah Ibrahim, Gaspard Gomis & Space Dukes, Keïta Janota & Cie).
Concepito come un flusso quanto più vicino al ritmo dell’esistenza, Dao lascia che il tempo faccia il suo corso per avvicinarsi il più possibile all’umano. Qualcuno troverà forse il tempo a tratti un po’ troppo dilatato, ma il cineasta rivendica pienamente la scelta di orchestrare, come nel jazz, piccole variazioni molto libere attorno a una linea melodica e mette in scena un’opera di notevole maturità, un’espressione artistica personale di altissimo livello, che attinge a una fonte comunitaria per raggiungere una dimensione universale ("non dobbiamo sempre essenzializzare tutti"), quella della vita, quel tempo in cui le persone comuni sono le protagoniste.
Dao è prodotto dalle società francesi Les Films du Worso e SRAB Film, e coprodotto dalle società senegalesi Yennenga Productions e Nafi Productions, e da Telecine Bissau Produçoes (Guinea-Bissau). The Party Film Sales cura le vendite internazionali.
(Tradotto dal francese)
Photogallery 14/02/2026: Berlinale 2026 - Dao
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© 2026 Dario Caruso for Cineuropa - dario-caruso.fr, @studio.photo.dar, Dario Caruso
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