Recensione: Hangar rojo
di David Katz
- BERLINALE 2026: Il thriller politico tratto da una storia vera di Juan Pablo Sallato segue i calcoli etici di un capitano dell’aeronautica militare cilena nel mezzo del colpo di Stato di Pinochet

Per essere un film ripreso in un sontuoso bianco e nero, il suo titolo, Hangar rojo [+leggi anche:
trailer
scheda film], assume uno strano significato. È uno spazio reale o una descrizione metaforica? E quel “rosso” è forse un presagio di violenza, al di là della connotazione politica del colore? In ogni caso, questo titolo continua ad aleggiare, minaccioso, nella mente dello spettatore e in quella del suo personaggio centrale, il capitano Jorge Silva (Nicolás Zárate) – spesso ripreso in strettissimi primi piani in un formato 1.66:1, già di per sé claustrofobico – in agguato nell’angolo cieco che lui non può vedere. Capo istruttore dell’Accademia dell’Aeronautica cilena al crepuscolo dell’era Allende, reagisce con un’implacabile impassibilità quando prende piede il colpo di Stato militare sostenuto dagli Stati Uniti per insediare Augusto Pinochet – agghiacciante per l'individuo moralmente virtuoso che sembra essere, ma indispensabile per un ruolo professionale che richiede lealtà ai superiori, e che pretende la stessa dai propri subordinati. Così, su ordine del suo superiore, il colonnello Jahn (Marcial Tagle), è costretto a gestire questo “hangar rosso” – che si rivela essere una prigione ad hoc per i dissidenti – all’interno della propria base, per non rischiare di finirci dentro lui stesso.
Presentato nella sezione Perspectives della Berlinale, Hangar rojo vede il cileno Juan Pablo Sallato, nome noto nel campo del documentario e della TV, firmare il suo esordio nel lungometraggio di finzione, con la sceneggiatura affidata interamente a Luis Emilio Guzmán. Pur risultando assai godibile, e lasciando avvolto nell’ambiguità fino alla fine il personaggio di Silva (in un ruolo tratto dalla sua reale esperienza dell’epoca), il film possiede comunque una certa efficacia televisiva e, nella sua esile durata di 80 minuti, sembra un "esercizio di suspense" per i creativi che lo hanno ideato, più che un’opera davvero discorsiva e compiuta. Si discosta dal bel film degli esordi di Pablo Larraín, Post Mortem [+leggi anche:
trailer
scheda film], con la sua gradita attenzione alle macchinazioni militari interne al golpe, ma manca dell'ironia più provocatoria e maliziosa di quell'opera.
Con il film ambientato nell’arco di 24 ore, mentre il 10 settembre 1973 scivola nel fatidico giorno successivo che avrebbe lasciato il paese bloccato nel totalitarismo per una generazione, Silva viene inizialmente introdotto con un dettaglio insolito, ma fondamentale, del suo personaggio: era un paracadutista leggendario nei suoi primi anni in aeronautica, autore di una manovra che previde una complessa discesa in uno stadio di calcio mentre era in corso una partita. Questa esposizione emerge durante un pattugliamento in camion con il suo nuovo sergente alle prime armi, Hernández (Aron Hernández), che ha iniziato a idolatrare Silva quando seppe di quell’impresa, lui che è cresciuto in campagna, fuori Santiago, dove il suo stesso padre era un severo ufficiale. Anche la moglie del capitano, Rosa (Catalina Stuardo) – insegnante di storia in una vicina università tecnica – vive nella base, e il tenero abbraccio che si scambiano alla fine di una lunga giornata rivela che Silva non vive solo per se stesso, anche se la minaccia politica si avvicina.
La repressione delle proteste e la retata degli attivisti del partito MAPU sono tutti visti dalla prospettiva chiusa di Silva e, poiché è membro della fazione pro-Allende dell'esercito, la narrazione di Hangar rojo diventa un banco di prova per la sua integrità e, peggio ancora, per il suo potenziale di pacificazione. Ma invece di santificarlo come martire, l’ultimo atto del film sceglie un tono più ruvido e inquietante, mostrando le catene comportamentali dell’obbedienza che da sempre permettono ai sistemi fascisti di prosperare, e la scomoda vicinanza di Silva a esse. Sebbene il Cile sia uscito dalla brutale era di Pinochet, il film guarda al nostro presente, avvertendo che tali minacce sono tutt'altro che finite altrove nel mondo.
Hangar rojo è una coproduzione tra Cile, Italia e Argentina, prodotta da Villano, Brava Cine, Rain Dogs, Caravan, Berta Film e TVN. Le vendite internazionali sono affidate a MPM Premium.
(Tradotto dall'inglese)
Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.


















