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BERLINALE 2026 Forum

Recensione: On Our Own

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- BERLINALE 2026: Il film di Tudor Cristian Jurgiu è un'insolita storia di formazione, che racconta come il trauma e la solitudine contribuiscano a renderci più maturi nella vita di tutti i giorni

Recensione: On Our Own
Denisa Vraja e Vlad Furtună in On Our Own

Siamo abituati a vedere storie di bambini abbandonati, con conseguenze catastrofiche: cadono vittime di droga, prostituzione e abusi di ogni tipo, o semplicemente scompaiono. Da Loveless [+leggi anche:
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di Andrey Zvyagintsev, dove i genitori sono presenti ma emotivamente assenti, a Capharnaüm [+leggi anche:
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di Nadine Labaki, in cui un bambino abbandonato dei ghetti di Beirut fa causa ai genitori irresponsabili per averlo messo al mondo, l'abdicazione dei genitori non può essere di buon auspicio.

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In On Our Own di Tudor Cristian Jurgiu, che ha avuto la sua prima mondiale al Forum della Berlinale, i genitori dei personaggi lavorano all’estero, e c’è un episodio all’inizio in cui l’adolescente Flavia (Denisa Vraja) gioca a un gioco di dominazione con un ragazzo in ginocchio, Luca (Vlad Furtună), innamorato di lei – lo schiaffeggia, e nella scena successiva gli chiede di strangolarla, solo per gioco – apparentemente preparando lo spettatore alla loro devianza sessuale in età molto precoce. Ma si rivela un depistaggio, perché poi non accade nulla di simile. Al contrario, siamo immersi nella realtà quotidiana dei cosiddetti Skype kids, un termine colloquiale che si riferisce al fenomeno in corso nell'Europa orientale in cui i bambini vengono lasciati con i nonni mentre i genitori stessi partono per l'Occidente in cerca di stipendi più alti, inviando denaro a casa e mantenendosi in contatto tramite videochat.

Qui, però, la nonna di Luca muore e lui riesce in qualche modo a organizzare il funerale insieme alla sorella minore, Tina (Sofia Vasiliu), senza avvisare il padre, che in ogni caso non si prenderebbe la briga di tornare. Flavia, dal canto suo, non attende disperatamente il ritorno della madre, ma rifiuta anche di andare a vivere con lei in Italia dopo che i genitori annunciano il divorzio, e così prende una decisione cruciale – ancora una volta, a distanza. Forma una comune improvvisata con altri due fratelli che sono scappati volontariamente di casa, e questo gruppo eterogeneo di bambini e adolescenti prende in mano la propria vita, sia pure senza una meta. La loro situazione suggerisce sommessamente un’accettazione adulta: l’empatia raramente arriva da dove ce la aspettiamo, e la mancanza di cura da parte di chi amiamo non comporta necessariamente la fine del mondo.

Da regista e co-sceneggiatore, Jurgiu si comporta come i suoi personaggi: anziché lamentarsi del fatto che lo Stato romeno abbia abbandonato i suoi cittadini, costringendoli a cercarsi da vivere in Occidente e, di conseguenza, a lasciare i propri figli, si concentra sulla vita qui e ora, sulle conseguenze già scritte e sul possibile decorso degli eventi che non nasce dal compiacersi del trauma e dell’autocommiserazione fino al piacere masochistico. Spogliato di inutili melodrammi, il film adotta un approccio più sano, immaginando una realtà ipotetica in cui bambini e adolescenti alle soglie dell'età adulta, in una città senza nome e indisturbati dai servizi sociali, lottano per la normalità nonostante i colpi della vita.

I volti innocenti dei giovani attori favoriscono un’ampia identificazione con la loro situazione, mentre la macchina da presa, indagatrice ma pacata, del direttore della fotografia Andrei Butică, che trasforma in poesia momenti in apparenza insignificanti, insiste sul fatto che la bellezza dell’infanzia è inalienabile e può essere vissuta a prescindere dalle circostanze. E che la strada verso la maturità, a qualsiasi età, è immancabilmente cosparsa di spine.

On Our Own è prodotto dalla romena Libra Films, in coproduzione con l’italiana Indyca. Le vendite internazionali sono affidate a True Colours.

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(Tradotto dall'inglese)

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