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BERLINALE 2026 Generation

Recensione : Atlas of the Universe

di 

- BERLINALE 2026: Paul Negoescu racconta la storia di un piccolo ma grande viaggio, un'odissea incentrata su una scarpa sinistra smarrita e sulla passione per il calcio

Recensione : Atlas of the Universe
Edith Mild Kesesztúri e Matei Donciu in Atlas of the Universe

Ecco l’infanzia, in poche parole: le cose più piccole possono sembrare così grandi. Nel semplice ma affascinante Atlas of the Universe di Paul Negoescu, in programma nella sezione Generation Kplus della Berlinale, tutti i problemi - o le distanze - possono sembrare insignificanti. Agli adulti, s’intende. Per il piccolo Filip (Matei Donciu), sembra la fine del mondo.

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E pensare che la sua giornata era iniziata bene: finalmente avrà delle scarpe nuove. La madre non può accompagnarlo e così, benché abbia solo 10 anni, gli affida i soldi. Il papà non può tenerli perché, come dice diplomaticamente la mamma, "potrebbe perderli". O meglio, spenderli in birra con i suoi amici. Anche senza fondi extra, il papà si lascia subito distrarre da uno di loro (offre lui, capisci) e Filip deve agire, subito. Terrorizzato all’idea di non arrivare in città in tempo, decide di andarci da solo.

È qui che il film inizia a catturare davvero una sensazione che diventa difficile ritrovare più avanti nella vita: come qualcosa di ordinario possa sembrare un’avventura enorme. Il viaggio di Filip in città è il suo primo assaggio di indipendenza. All’inizio se la cava bene: non accetta passaggi dagli sconosciuti e compra rapidamente le scarpe, come gli è stato detto. Poi riceve un resto inaspettato e tutto va a rotoli dopo un gelato. Il paio che ha appena comprato? Sono due scarpe destre, le ultime della sua misura. Qualcuno ha preso un’altra scatola prima: una donna che vive lontano.

È tutto ciò che gli serve sapere; all’improvviso, Filip è in missione. Nella sua testa non ha davvero scelta: sua madre gli ha detto di non tornare senza le scarpe. Ne nasce un piccolo road movie popolato da sconosciuti disponibili che sigillano le sue scarpe in rapido deterioramento e ci aggiungono persino un adesivo a forma di farfalla, luoghi strani e un cane che Filip battezza all’istante Mbappé, come la star del Real Madrid. Il film diventa infine una delicata riflessione su fin dove le persone - o, che dico, per lo più gli uomini - sono disposte a spingersi per il calcio.

È una bella avventura, anche se alcuni genitori probabilmente suderanno freddo immaginando il proprio figlio partire da solo in questo modo. Negoescu dosa la giusta quantità di dolcezza - qui le persone sono per lo più gentili, ma concrete - e non deride mai la determinazione silenziosa di Filip. È solo nella sua situazione e la sua famiglia non è benestante; in realtà, nessuno in questo film lo è davvero. Sembra capire che un’occasione del genere - scarpe nuove di zecca! - non capita facilmente, e si rifiuta di lasciarsela sfuggire, autobus o no. Questo ragazzino andrà lontano.

Atlas of the Universe è prodotto dalla rumena deFilm, in coproduzione con la bulgara Screening Emotions. La tedesca Pluto Film cura le vendite internazionali.

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(Tradotto dall'inglese)

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